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Profugo dall’oasi morente. Il caso Gabès e il dibattito sulla migrazione forzata per motivi ambientali
10 Aprile 2024
Un pescatore osserva quella che un tempo era la spiaggia, ora cimitero delle specie animali che un tempo abitavano la zona.. Gabes, Tunisia, 2023 / Francesco Bellina.

Troneggiante sulla riva, l’impianto lancia in aria colonne di fumo e polvere. Da un tubo in basso rigurgita un’acqua nerastra, che finisce in un canale diretto verso il mare. Tutto intorno, i tronchi riarsi degli alberi di palma indicano in modo inequivocabile che il terreno ha perso ogni forma di fertilità. Questo lo scenario nei pressi dello stabilimento del Groupe Chimique Tunisien (GCT), a Gabès, cittadina al centro dell’omonimo golfo nella Tunisia meridionale. Aperta negli anni ’70 e da allora allargatasi sempre di più, la fabbrica lavora i fosfati provenienti dalle miniere di Gafsa, 150 chilometri più a sud, trasformandoli in acido fosforico e fertilizzanti per l’agricoltura.
Già nel 2004, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) definiva Gabès uno degli hotspot di inquinamento del Mediterraneo e faceva una serie di raccomandazioni per ridurre l’impatto delle attività industriali sull’ambiente. Diversi anni dopo, nel 2018, uno studio di campo della Commissione Europea rilevava come l’impatto delle emissioni di particolato fine, ossido di zolfo, ammoniaca e acido fluoridrico provenienti dal GCT provocavano il 95 per cento dell’inquinamento in città, con conseguenze devastanti per l’agricoltura, per la pesca, il turismo e la salute umana. Nel rapporto si legge che gli inquinanti rilasciati dall’impianto possono causare “asma, cancro ai polmoni e morte prematura”. È da questo contesto che è fuggito Imed Eddine Jemli. Questo cittadino tunisino di 34 anni è arrivato via mare a Lampedusa nell’agosto 2023 e ha fatto richiesta di protezione umanitaria per cause ambientali. “L’azienda chimica nella mia città mi ha causato un danno grave e ancora oggi nessuno ha potuto definire la mia malattia”, ha detto alla Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato di Caserta. “È iniziato con un semplice mal di testa. Con il passare del tempo mi venivano delle crisi, un dolore che inizia dalla testa fin sotto l’occhio, di conseguenza non riuscivo a lavorare normalmente.
Poiché la mia situazione economica era difficile, non ho potuto neanche fare degli accertamenti per approfondire di quale malattia si tratti. Per questo ho deciso di venire qua in Italia”.
Il 21 febbraio scorso, la sua richiesta di protezione è stata rigettata “per manifesta infondantezza” e Jemli sottoposto a obbligo di rimpatrio. Presentando ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, ha ottenuto per il momento una sospensiva del provvedimento.

“Qui è in atto un ecocidio”

I resti di una tartaruga sulla spiaggia di Gabes. Il Gruppo Chimico Tunisino di Gabes è un polo industriale che da anni sta causando un devastante declino della biodiversità nel Golfo: il numero di specie marine è sceso da 250 nel 1965 a solo 50 oggi. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Il suo caso è paradigmatico di un fenomeno sempre più rilevante, che stenta a trovare una concretizzazione normativa, sia a livello nazionale che internazionale: quello delle migrazioni per cause ambientali e climatiche. Le Commissioni territoriali respingono le richieste perché le motivazioni alla base di queste migrazioni non rientrano né nelle specifiche previste dalla Convenzione di Ginevra del 1951 per il diritto d’asilo, né nelle forme di protezione umanitaria introdotte nell’ordinamento italiano nel 1998 e poi via via ridotte con vari interventi legislativi. Poiché la Tunisia è considerata un “paese terzo sicuro”, le richieste di protezione provenienti da cittadini di quel paese sono respinte in modo pressoché automatico.
Ma a Gabès la situazione è tutt’altro che sicura. Lo raccontano gli attivisti, i medici, i semplici cittadini. “Qui è in atto un vero e proprio ecocidio”, dice Khayreddine Dyabala, un ingegnere di 34 anni che attraverso la sua associazione Stop Pollution si batte da tempo per la chiusura della fabbrica, organizzando manifestazioni e lanciando appelli alla politica. In questi anni si è fatto una cultura sugli agenti inquinanti e sul funzionamento dell’impianto, che descrive nel dettaglio. “Gli effetti più immediati si hanno durante le cosiddette operazioni di “degassaggio”, quando cioè ripuliscono le macchine ed espellono un’enorme quantità di sostanze gassose”. Normalmente questi interventi vengono effettuati ogni due mesi, ma nell’ultimo periodo stanno diventando più frequenti, con conseguenze rilevanti sulla popolazione. Dyabala mostra un video sul cellulare in cui si vede un’ambulanza arrivare nel cortile di una scuola e caricare dei bambini tra le grida concitate degli insegnanti. “Hanno asfissiato gli alunni della scuola elementare qui vicina. In molti hanno vomitato, altri sono svenuti e li hanno portati al pronto soccorso”.
Che le patologie respiratorie siano particolarmente ricorrenti da queste parti ce lo conferma un medico del centro sanitario di Ghannouch, proprio dietro l’impianto. “I bambini soffrono di asma molto presto, il cancro ai polmoni è comune. Purtroppo, non è stato effettuato nessuno studio per stabilire un legame tra la recrudescenza di queste malattie e l’inquinamento legato ai fosfati”, dichiara l’uomo, che preferisce mantenere l’anonimato per timore di ritorsioni.
Oltre ai fumi che spande in atmosfera, la fabbrica produce un inquinamento permanente e stratificato su tutto il territorio circostante. Dyabala indica il tubo che versa il liquido nerastro nel canale creando mulinelli densi e oleosi. “Lì ci sono i residui della produzione, chiamati fosfogessi. All’interno trovi metalli pesanti di ogni tipo: dal cadmio all’arsenico, dallo zinco al mercurio”.
I numeri di questo scarico, citati anche dal rapporto della Commissione europea, fanno impressione: 12mila tonnellate al giorno, 5 milioni di tonnellate all’anno, che finiscono direttamente nella baia di Gabès.

Un relitto a futura memoria

Particolare del mare di fronte alla fabbrica chimica tunisina di Gabes, che produce inquinamento sia in città che nel Mar Mediterraneo. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Questo sversamento produce un fenomeno che è unico in tutto il bacino mediterraneo: invece di erodersi in seguito all’innalzamento del mare, qui la spiaggia avanza. La ragione è semplice: l’arenile non è composto di sabbia, ma di questi residui della produzione che si compattano e formano una specie di argilla solida su cui si può camminare. Basta un giro su questa riva artificiale per misurare gli effetti di questa contaminazione: sul terreno si vedono carcasse di tartarughe marine e centinaia di pesci scarnificati dopo essere stati resi deformi.
Poco lontano sulla spiaggia deserta, ci sono assi e pezzi di legno scomposti. Sono i resti di un naufragio che ha fatto molto discutere da queste parti. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 2023, un’imbarcazione partita da questa spiaggia si è spezzata a soli 120 metri dalla costa. Tra i venti tunisini diretti a Lampedusa, sono morti un ragazzo di 20 anni e un bebè. “Il relitto è rimasto qui a futura memoria”, dice Salah Ghouma, presidente del locale sindacato dei pescatori. “Ma anche come monito per i nostri politici, che non fanno nulla per salvare la nostra città ed evitare che i giovani fuggano”.
Il rappresentante dei pescatori descrive una realtà devastante per il comparto: “Noi non peschiamo qui perché non c’è assolutamente nulla. Dobbiamo andare molto lontano, verso Zarzis o Djerba, con un aumento delle spese e delle ore di lavoro, creando peraltro tensioni con i nostri colleghi di là”. Ghouma
ricorda quando usciva in barca con il padre in un mare cristallino, dove venivano da tutto il sud della Tunisia perché questa era zona di riproduzione di calamari e gamberetti. Oggi osserva questa spiaggia morta con un misto di nostalgia e disperazione. Lui ha due bambini ancora piccoli, ma i figli degli altri pescatori sono tutti andati via. Hanno preso la barca e sono scappati in Europa. “Che altro dovevano fare? Una volta qui era il paradiso. Arrivavano da tutta la Tunisia e anche dall’estero. Ora non è rimasto nulla”.

L’unica oasi litoranea del Mediterraneo

Veduta dell’oasi di Gabes. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

I visitatori venivano qui a vedere quello che era un vero e proprio gioiello. Ovvero: Chenini, l’unica oasi litoranea di tutto il bacino Mediterraneo; un enorme palmeto che rappresenta anche un corridoio ecologico tra il mare e il deserto del Sahara.
Candidata da anni a patrimonio mondiale dell’Unesco, ha oggi scarse possibilità di ottenere il riconoscimento. Perché dell’oasi è rimasto solo un vago scheletro. Corrosa dall’inquinamento dell’aria e della terra, mangiata da un’urbanizzazione senza criterio, è oggi ridotta a poche centinaia di ettari. Mabrouk Jebri ne è la memoria vivente. Questo insegnante in pensione sulla settantina ricorda quando, negli anni ’70, fu costruita la fabbrica.
“All’inizio fu per noi un evento positivo. Sarebbe arrivato il lavoro e la modernità. Ma presto abbiamo visto gli effetti sull’ambiente”.
Pian piano le falde acquifere che avevano alimentato l’oasi per secoli hanno cominciato a seccarsi, l’acqua a scarseggiare. Jebri descrive il particolare metodo di coltivazione del luogo, basato su un sistema ancestrale cosiddetto dei “tre strati”: in alto c’è la palma da dattero, che fa ombra e crea umidità per lo strato medio costituto da vari alberi da frutto e per lo strato inferiore composto da ortaggi e cereali. Oggi questo sistema è in affanno, fiaccato dalla scarsità idrica provocata dagli usi industriali e dalle siccità sempre più prolungate. La Tunisia è uno dei paesi più toccati dalla crisi climatica di tutto il bacino mediterraneo, che è già di per sé un hot spot del surriscaldamento globale, cioè un luogo dove gli effetti si vedono in modo più vistoso. In un rapporto pubblicato nel novembre 2023, la Banca Mondiale ha ricordato l’urgenza per Tunisi di adottare misure per proteggere il Paese dai rischi legati al cambiamento climatico. Secondo le stime, il prodotto interno lordo del paese potrebbe contrarsi del 3,4 per cento entro il 2030, con una perdita di circa 5,6 miliardi di dinari all’anno (circa 1,66 miliardi di euro), tenendo conto di tutte le conseguenze dirette e indirette.
Jebri ricorda con nostalgia il tempo della sua gioventù, quando faceva il bagno nelle piscine naturali ormai secche o quando i campi erano rigogliosi. “Oggi non c’è più nulla di tutto ciò”, racconta l’ex insegnante, che gestisce un centro culturale all’interno del quale si ritrovano i membri di un’organizzazione non governativa (ONG) che vorrebbero rivitalizzare l’oasi attraverso un programma di eco-turismo e un festival del cinema che si tiene annualmente e che è anche un evento di sensibilizzazione.
“Tra loro ci sono anche alcuni giovani, ma la maggior parte è andata via”. Gli stessi figli di Jebri sono tutti all’estero, partiti per ragioni di studio e mai più tornati. “Vengono per le vacanze. Vorrebbero tornare qui, ma a fare che?”. “Il sistema delle oasi di Gabès non esiste più. L’oasi tradizionale ha perso metà della sua superficie e più della metà dei suoi contadini; le sue fonti si sono definitivamente prosciugate”, gli fa eco Habib Ayeb, geografo tunisino che conosce bene la situazione perché ha girato un documentario sull’oasi “Gabès Labess” (“Tutto bene a Gabès”). “Si è trattato di un processo di espropriazione attuato dalla fabbrica, che ha portato a una vera e propria migrazione verso altre città o all’estero”. Ayeb parla di un esodo massiccio e non ha dubbi nel definire i protagonisti di queste migrazioni veri e propri “rifugiati ambientali”. “Perché le condizioni degli ambienti in cui si trovavano a svolgere le proprie attività da generazioni sono cambiate, per effetto delle politiche attuate dallo stato tunisino”. Questa migrazione è stata poi esacerbata dagli effetti della crisi climatica, che colpisce qui in modo particolarmente virulento anche perché lo sfruttamento intensivo dell’eco-sistema lo ha privato delle risorse naturali per assorbire gli shock.

Il caso Teitiota contro la Nuova Zelanda e la sentenza della Cassazione

L’ingresso dell’azienda chimica tunisina a Gabes, che produce inquinamento sia in città che nel Mar Mediterraneo. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Numeri per misurare questo esodo non esistono. L’ufficio centrale statistico della Tunisia non fornisce dati sull’emigrazione divisi per città o provincia, né il nostro ministero degli interni scompone le nazionalità degli immigrati sbarcati per regione di provenienza. È difficile dire quanti siano arrivati da Gabès e dintorni e quanti di loro abbiano fatto richiesta di protezione umanitaria per ragioni ambientali.
L’attivista Khayreddine Dyabala sostiene che sono molti. “Ma la loro richiesta viene normalmente respinta e, di prassi, fuggono in Francia prima di venire rimpatriati”. Imed Eddine Jemli è uno dei pochi ad aver presentato ricorso. E attende ora che il Tribunale amministrativo della Campania si pronunci. Non esistendo una normativa specifica per il caso di migrazione ambientale, possono essere solo i tribunali a definire lo status e accettare in via secondaria le richieste di protezione per ragioni di questo genere, come quella presentata dal cittadino tunisino.

A sostegno del suo caso, c’è una sentenza della corte di Cassazione del 2021. All’epoca, un cittadino nigeriano proveniente dalla regione del Delta del Niger, particolarmente toccata dagli effetti dello sfruttamento petrolifero, aveva presentato ricorso dopo che la sua domanda era stata rigettata tanto dalla Commissione territoriale per lo status di rifugiato che dal Tar.
Con la sentenza 5022/2021, i giudici della cassazione hanno affermato che “il degrado ambientale, nella prospettazione del Comitato ONU, può compromettere l’effettivo godimento dei diritti umani individuali, al pari del cambiamento climatico e degli effetti causati, in generale, dallo sviluppo insostenibile; ciò si verifica quando il governo locale non può, o non vuole, assicurare le condizioni necessarie a garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali essenziali, quali la terra coltivabile e l’acqua potabile, con conseguente compromissione del diritto individuale alla vita”. Tutti elementi che potrebbero essere validi nel suo caso e che trovano una conferma lampante nella situazione di Gabès e dell’inquinamento prodotto dalla fabbrica, con impatto sulle risorse naturali e sulla vita delle persone.
Il riferimento diretto nella sentenza della Cassazione, nel momento in cui parla di “prospettazione del Comitato ONU”, è a quello che può essere considerato il caso zero nella determinazione giurisprudenziale della migrazione ambientale: il cosiddetto caso Teitiota. Nel 2013, un cittadino di Kiribati, Joane Teitiota, fece domanda di asilo in Nuova Zelanda sostenendo che l’innalzamento del livello del mare causato dal cambiamento climatico avrebbe messo a rischio nei successivi 10-15 anni la sua abitazione e le sue condizioni di vita. Le autorità della Nuova Zelanda non accolsero la richiesta e ne ordinarono il rimpatrio. Così, nel 2015, una volta esaurite tutte le vie giurisdizionali presso le corti neozelandesi, Teitiota decise di rivolgersi al Comitato Onu per i diritti civili e politici. Il 24 ottobre 2019 il Comitato Onu ha determinato che gli Stati hanno l’obbligo di garantire il diritto alla vita delle persone, che si estende anche alle minacce “ragionevolmente prevedibili e alle situazioni potenzialmente letali che possono comportare la perdita della vita o comunque un sostanziale peggioramento delle condizioni dell’esistenza, inclusi il degrado ambientale, i cambiamenti climatici e lo sviluppo insostenibile, che costituiscono alcune delle minacce più gravi ed urgenti alla vita delle generazioni presenti e future”.
Se le decisioni del Comitato non hanno valore vincolante e, nel caso di specie, non raccomandavano comunque l’accoglimento dell’istanza, è interessante rilevare come siano diventate punto di riferimento concettuale per una giurisprudenza che supplisce alle carenze normative sia nazionali che internazionali in merito alla migrazione climatica a ambientale. La stessa giurisprudenza a cui si è appellato Imed Eddine Jemli, nella speranza di veder accolta la sua richiesta di protezione internazionale e di potersi curare da quelli che ritiene danni sanitari prodotti dal degrado ambientale prodotto dalle attività umane nella sua città d’origine.

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
AREE TEMATICHE
PROGETTO
TAG
FIERI SEGNALA
Profugo dall’oasi morente. Il caso Gabès e il dibattito sulla migrazione forzata per motivi ambientali
10 Aprile 2024
Un pescatore osserva quella che un tempo era la spiaggia, ora cimitero delle specie animali che un tempo abitavano la zona.. Gabes, Tunisia, 2023 / Francesco Bellina.

Troneggiante sulla riva, l’impianto lancia in aria colonne di fumo e polvere. Da un tubo in basso rigurgita un’acqua nerastra, che finisce in un canale diretto verso il mare. Tutto intorno, i tronchi riarsi degli alberi di palma indicano in modo inequivocabile che il terreno ha perso ogni forma di fertilità. Questo lo scenario nei pressi dello stabilimento del Groupe Chimique Tunisien (GCT), a Gabès, cittadina al centro dell’omonimo golfo nella Tunisia meridionale. Aperta negli anni ’70 e da allora allargatasi sempre di più, la fabbrica lavora i fosfati provenienti dalle miniere di Gafsa, 150 chilometri più a sud, trasformandoli in acido fosforico e fertilizzanti per l’agricoltura.
Già nel 2004, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) definiva Gabès uno degli hotspot di inquinamento del Mediterraneo e faceva una serie di raccomandazioni per ridurre l’impatto delle attività industriali sull’ambiente. Diversi anni dopo, nel 2018, uno studio di campo della Commissione Europea rilevava come l’impatto delle emissioni di particolato fine, ossido di zolfo, ammoniaca e acido fluoridrico provenienti dal GCT provocavano il 95 per cento dell’inquinamento in città, con conseguenze devastanti per l’agricoltura, per la pesca, il turismo e la salute umana. Nel rapporto si legge che gli inquinanti rilasciati dall’impianto possono causare “asma, cancro ai polmoni e morte prematura”. È da questo contesto che è fuggito Imed Eddine Jemli. Questo cittadino tunisino di 34 anni è arrivato via mare a Lampedusa nell’agosto 2023 e ha fatto richiesta di protezione umanitaria per cause ambientali. “L’azienda chimica nella mia città mi ha causato un danno grave e ancora oggi nessuno ha potuto definire la mia malattia”, ha detto alla Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato di Caserta. “È iniziato con un semplice mal di testa. Con il passare del tempo mi venivano delle crisi, un dolore che inizia dalla testa fin sotto l’occhio, di conseguenza non riuscivo a lavorare normalmente.
Poiché la mia situazione economica era difficile, non ho potuto neanche fare degli accertamenti per approfondire di quale malattia si tratti. Per questo ho deciso di venire qua in Italia”.
Il 21 febbraio scorso, la sua richiesta di protezione è stata rigettata “per manifesta infondantezza” e Jemli sottoposto a obbligo di rimpatrio. Presentando ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, ha ottenuto per il momento una sospensiva del provvedimento.

“Qui è in atto un ecocidio”

I resti di una tartaruga sulla spiaggia di Gabes. Il Gruppo Chimico Tunisino di Gabes è un polo industriale che da anni sta causando un devastante declino della biodiversità nel Golfo: il numero di specie marine è sceso da 250 nel 1965 a solo 50 oggi. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Il suo caso è paradigmatico di un fenomeno sempre più rilevante, che stenta a trovare una concretizzazione normativa, sia a livello nazionale che internazionale: quello delle migrazioni per cause ambientali e climatiche. Le Commissioni territoriali respingono le richieste perché le motivazioni alla base di queste migrazioni non rientrano né nelle specifiche previste dalla Convenzione di Ginevra del 1951 per il diritto d’asilo, né nelle forme di protezione umanitaria introdotte nell’ordinamento italiano nel 1998 e poi via via ridotte con vari interventi legislativi. Poiché la Tunisia è considerata un “paese terzo sicuro”, le richieste di protezione provenienti da cittadini di quel paese sono respinte in modo pressoché automatico.
Ma a Gabès la situazione è tutt’altro che sicura. Lo raccontano gli attivisti, i medici, i semplici cittadini. “Qui è in atto un vero e proprio ecocidio”, dice Khayreddine Dyabala, un ingegnere di 34 anni che attraverso la sua associazione Stop Pollution si batte da tempo per la chiusura della fabbrica, organizzando manifestazioni e lanciando appelli alla politica. In questi anni si è fatto una cultura sugli agenti inquinanti e sul funzionamento dell’impianto, che descrive nel dettaglio. “Gli effetti più immediati si hanno durante le cosiddette operazioni di “degassaggio”, quando cioè ripuliscono le macchine ed espellono un’enorme quantità di sostanze gassose”. Normalmente questi interventi vengono effettuati ogni due mesi, ma nell’ultimo periodo stanno diventando più frequenti, con conseguenze rilevanti sulla popolazione. Dyabala mostra un video sul cellulare in cui si vede un’ambulanza arrivare nel cortile di una scuola e caricare dei bambini tra le grida concitate degli insegnanti. “Hanno asfissiato gli alunni della scuola elementare qui vicina. In molti hanno vomitato, altri sono svenuti e li hanno portati al pronto soccorso”.
Che le patologie respiratorie siano particolarmente ricorrenti da queste parti ce lo conferma un medico del centro sanitario di Ghannouch, proprio dietro l’impianto. “I bambini soffrono di asma molto presto, il cancro ai polmoni è comune. Purtroppo, non è stato effettuato nessuno studio per stabilire un legame tra la recrudescenza di queste malattie e l’inquinamento legato ai fosfati”, dichiara l’uomo, che preferisce mantenere l’anonimato per timore di ritorsioni.
Oltre ai fumi che spande in atmosfera, la fabbrica produce un inquinamento permanente e stratificato su tutto il territorio circostante. Dyabala indica il tubo che versa il liquido nerastro nel canale creando mulinelli densi e oleosi. “Lì ci sono i residui della produzione, chiamati fosfogessi. All’interno trovi metalli pesanti di ogni tipo: dal cadmio all’arsenico, dallo zinco al mercurio”.
I numeri di questo scarico, citati anche dal rapporto della Commissione europea, fanno impressione: 12mila tonnellate al giorno, 5 milioni di tonnellate all’anno, che finiscono direttamente nella baia di Gabès.

Un relitto a futura memoria

Particolare del mare di fronte alla fabbrica chimica tunisina di Gabes, che produce inquinamento sia in città che nel Mar Mediterraneo. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Questo sversamento produce un fenomeno che è unico in tutto il bacino mediterraneo: invece di erodersi in seguito all’innalzamento del mare, qui la spiaggia avanza. La ragione è semplice: l’arenile non è composto di sabbia, ma di questi residui della produzione che si compattano e formano una specie di argilla solida su cui si può camminare. Basta un giro su questa riva artificiale per misurare gli effetti di questa contaminazione: sul terreno si vedono carcasse di tartarughe marine e centinaia di pesci scarnificati dopo essere stati resi deformi.
Poco lontano sulla spiaggia deserta, ci sono assi e pezzi di legno scomposti. Sono i resti di un naufragio che ha fatto molto discutere da queste parti. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 2023, un’imbarcazione partita da questa spiaggia si è spezzata a soli 120 metri dalla costa. Tra i venti tunisini diretti a Lampedusa, sono morti un ragazzo di 20 anni e un bebè. “Il relitto è rimasto qui a futura memoria”, dice Salah Ghouma, presidente del locale sindacato dei pescatori. “Ma anche come monito per i nostri politici, che non fanno nulla per salvare la nostra città ed evitare che i giovani fuggano”.
Il rappresentante dei pescatori descrive una realtà devastante per il comparto: “Noi non peschiamo qui perché non c’è assolutamente nulla. Dobbiamo andare molto lontano, verso Zarzis o Djerba, con un aumento delle spese e delle ore di lavoro, creando peraltro tensioni con i nostri colleghi di là”. Ghouma
ricorda quando usciva in barca con il padre in un mare cristallino, dove venivano da tutto il sud della Tunisia perché questa era zona di riproduzione di calamari e gamberetti. Oggi osserva questa spiaggia morta con un misto di nostalgia e disperazione. Lui ha due bambini ancora piccoli, ma i figli degli altri pescatori sono tutti andati via. Hanno preso la barca e sono scappati in Europa. “Che altro dovevano fare? Una volta qui era il paradiso. Arrivavano da tutta la Tunisia e anche dall’estero. Ora non è rimasto nulla”.

L’unica oasi litoranea del Mediterraneo

Veduta dell’oasi di Gabes. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

I visitatori venivano qui a vedere quello che era un vero e proprio gioiello. Ovvero: Chenini, l’unica oasi litoranea di tutto il bacino Mediterraneo; un enorme palmeto che rappresenta anche un corridoio ecologico tra il mare e il deserto del Sahara.
Candidata da anni a patrimonio mondiale dell’Unesco, ha oggi scarse possibilità di ottenere il riconoscimento. Perché dell’oasi è rimasto solo un vago scheletro. Corrosa dall’inquinamento dell’aria e della terra, mangiata da un’urbanizzazione senza criterio, è oggi ridotta a poche centinaia di ettari. Mabrouk Jebri ne è la memoria vivente. Questo insegnante in pensione sulla settantina ricorda quando, negli anni ’70, fu costruita la fabbrica.
“All’inizio fu per noi un evento positivo. Sarebbe arrivato il lavoro e la modernità. Ma presto abbiamo visto gli effetti sull’ambiente”.
Pian piano le falde acquifere che avevano alimentato l’oasi per secoli hanno cominciato a seccarsi, l’acqua a scarseggiare. Jebri descrive il particolare metodo di coltivazione del luogo, basato su un sistema ancestrale cosiddetto dei “tre strati”: in alto c’è la palma da dattero, che fa ombra e crea umidità per lo strato medio costituto da vari alberi da frutto e per lo strato inferiore composto da ortaggi e cereali. Oggi questo sistema è in affanno, fiaccato dalla scarsità idrica provocata dagli usi industriali e dalle siccità sempre più prolungate. La Tunisia è uno dei paesi più toccati dalla crisi climatica di tutto il bacino mediterraneo, che è già di per sé un hot spot del surriscaldamento globale, cioè un luogo dove gli effetti si vedono in modo più vistoso. In un rapporto pubblicato nel novembre 2023, la Banca Mondiale ha ricordato l’urgenza per Tunisi di adottare misure per proteggere il Paese dai rischi legati al cambiamento climatico. Secondo le stime, il prodotto interno lordo del paese potrebbe contrarsi del 3,4 per cento entro il 2030, con una perdita di circa 5,6 miliardi di dinari all’anno (circa 1,66 miliardi di euro), tenendo conto di tutte le conseguenze dirette e indirette.
Jebri ricorda con nostalgia il tempo della sua gioventù, quando faceva il bagno nelle piscine naturali ormai secche o quando i campi erano rigogliosi. “Oggi non c’è più nulla di tutto ciò”, racconta l’ex insegnante, che gestisce un centro culturale all’interno del quale si ritrovano i membri di un’organizzazione non governativa (ONG) che vorrebbero rivitalizzare l’oasi attraverso un programma di eco-turismo e un festival del cinema che si tiene annualmente e che è anche un evento di sensibilizzazione.
“Tra loro ci sono anche alcuni giovani, ma la maggior parte è andata via”. Gli stessi figli di Jebri sono tutti all’estero, partiti per ragioni di studio e mai più tornati. “Vengono per le vacanze. Vorrebbero tornare qui, ma a fare che?”. “Il sistema delle oasi di Gabès non esiste più. L’oasi tradizionale ha perso metà della sua superficie e più della metà dei suoi contadini; le sue fonti si sono definitivamente prosciugate”, gli fa eco Habib Ayeb, geografo tunisino che conosce bene la situazione perché ha girato un documentario sull’oasi “Gabès Labess” (“Tutto bene a Gabès”). “Si è trattato di un processo di espropriazione attuato dalla fabbrica, che ha portato a una vera e propria migrazione verso altre città o all’estero”. Ayeb parla di un esodo massiccio e non ha dubbi nel definire i protagonisti di queste migrazioni veri e propri “rifugiati ambientali”. “Perché le condizioni degli ambienti in cui si trovavano a svolgere le proprie attività da generazioni sono cambiate, per effetto delle politiche attuate dallo stato tunisino”. Questa migrazione è stata poi esacerbata dagli effetti della crisi climatica, che colpisce qui in modo particolarmente virulento anche perché lo sfruttamento intensivo dell’eco-sistema lo ha privato delle risorse naturali per assorbire gli shock.

Il caso Teitiota contro la Nuova Zelanda e la sentenza della Cassazione

L’ingresso dell’azienda chimica tunisina a Gabes, che produce inquinamento sia in città che nel Mar Mediterraneo. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Numeri per misurare questo esodo non esistono. L’ufficio centrale statistico della Tunisia non fornisce dati sull’emigrazione divisi per città o provincia, né il nostro ministero degli interni scompone le nazionalità degli immigrati sbarcati per regione di provenienza. È difficile dire quanti siano arrivati da Gabès e dintorni e quanti di loro abbiano fatto richiesta di protezione umanitaria per ragioni ambientali.
L’attivista Khayreddine Dyabala sostiene che sono molti. “Ma la loro richiesta viene normalmente respinta e, di prassi, fuggono in Francia prima di venire rimpatriati”. Imed Eddine Jemli è uno dei pochi ad aver presentato ricorso. E attende ora che il Tribunale amministrativo della Campania si pronunci. Non esistendo una normativa specifica per il caso di migrazione ambientale, possono essere solo i tribunali a definire lo status e accettare in via secondaria le richieste di protezione per ragioni di questo genere, come quella presentata dal cittadino tunisino.

A sostegno del suo caso, c’è una sentenza della corte di Cassazione del 2021. All’epoca, un cittadino nigeriano proveniente dalla regione del Delta del Niger, particolarmente toccata dagli effetti dello sfruttamento petrolifero, aveva presentato ricorso dopo che la sua domanda era stata rigettata tanto dalla Commissione territoriale per lo status di rifugiato che dal Tar.
Con la sentenza 5022/2021, i giudici della cassazione hanno affermato che “il degrado ambientale, nella prospettazione del Comitato ONU, può compromettere l’effettivo godimento dei diritti umani individuali, al pari del cambiamento climatico e degli effetti causati, in generale, dallo sviluppo insostenibile; ciò si verifica quando il governo locale non può, o non vuole, assicurare le condizioni necessarie a garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali essenziali, quali la terra coltivabile e l’acqua potabile, con conseguente compromissione del diritto individuale alla vita”. Tutti elementi che potrebbero essere validi nel suo caso e che trovano una conferma lampante nella situazione di Gabès e dell’inquinamento prodotto dalla fabbrica, con impatto sulle risorse naturali e sulla vita delle persone.
Il riferimento diretto nella sentenza della Cassazione, nel momento in cui parla di “prospettazione del Comitato ONU”, è a quello che può essere considerato il caso zero nella determinazione giurisprudenziale della migrazione ambientale: il cosiddetto caso Teitiota. Nel 2013, un cittadino di Kiribati, Joane Teitiota, fece domanda di asilo in Nuova Zelanda sostenendo che l’innalzamento del livello del mare causato dal cambiamento climatico avrebbe messo a rischio nei successivi 10-15 anni la sua abitazione e le sue condizioni di vita. Le autorità della Nuova Zelanda non accolsero la richiesta e ne ordinarono il rimpatrio. Così, nel 2015, una volta esaurite tutte le vie giurisdizionali presso le corti neozelandesi, Teitiota decise di rivolgersi al Comitato Onu per i diritti civili e politici. Il 24 ottobre 2019 il Comitato Onu ha determinato che gli Stati hanno l’obbligo di garantire il diritto alla vita delle persone, che si estende anche alle minacce “ragionevolmente prevedibili e alle situazioni potenzialmente letali che possono comportare la perdita della vita o comunque un sostanziale peggioramento delle condizioni dell’esistenza, inclusi il degrado ambientale, i cambiamenti climatici e lo sviluppo insostenibile, che costituiscono alcune delle minacce più gravi ed urgenti alla vita delle generazioni presenti e future”.
Se le decisioni del Comitato non hanno valore vincolante e, nel caso di specie, non raccomandavano comunque l’accoglimento dell’istanza, è interessante rilevare come siano diventate punto di riferimento concettuale per una giurisprudenza che supplisce alle carenze normative sia nazionali che internazionali in merito alla migrazione climatica a ambientale. La stessa giurisprudenza a cui si è appellato Imed Eddine Jemli, nella speranza di veder accolta la sua richiesta di protezione internazionale e di potersi curare da quelli che ritiene danni sanitari prodotti dal degrado ambientale prodotto dalle attività umane nella sua città d’origine.

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
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Profugo dall’oasi morente. Il caso Gabès e il dibattito sulla migrazione forzata per motivi ambientali
10 Aprile 2024
Un pescatore osserva quella che un tempo era la spiaggia, ora cimitero delle specie animali che un tempo abitavano la zona.. Gabes, Tunisia, 2023 / Francesco Bellina.

Troneggiante sulla riva, l’impianto lancia in aria colonne di fumo e polvere. Da un tubo in basso rigurgita un’acqua nerastra, che finisce in un canale diretto verso il mare. Tutto intorno, i tronchi riarsi degli alberi di palma indicano in modo inequivocabile che il terreno ha perso ogni forma di fertilità. Questo lo scenario nei pressi dello stabilimento del Groupe Chimique Tunisien (GCT), a Gabès, cittadina al centro dell’omonimo golfo nella Tunisia meridionale. Aperta negli anni ’70 e da allora allargatasi sempre di più, la fabbrica lavora i fosfati provenienti dalle miniere di Gafsa, 150 chilometri più a sud, trasformandoli in acido fosforico e fertilizzanti per l’agricoltura.
Già nel 2004, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) definiva Gabès uno degli hotspot di inquinamento del Mediterraneo e faceva una serie di raccomandazioni per ridurre l’impatto delle attività industriali sull’ambiente. Diversi anni dopo, nel 2018, uno studio di campo della Commissione Europea rilevava come l’impatto delle emissioni di particolato fine, ossido di zolfo, ammoniaca e acido fluoridrico provenienti dal GCT provocavano il 95 per cento dell’inquinamento in città, con conseguenze devastanti per l’agricoltura, per la pesca, il turismo e la salute umana. Nel rapporto si legge che gli inquinanti rilasciati dall’impianto possono causare “asma, cancro ai polmoni e morte prematura”. È da questo contesto che è fuggito Imed Eddine Jemli. Questo cittadino tunisino di 34 anni è arrivato via mare a Lampedusa nell’agosto 2023 e ha fatto richiesta di protezione umanitaria per cause ambientali. “L’azienda chimica nella mia città mi ha causato un danno grave e ancora oggi nessuno ha potuto definire la mia malattia”, ha detto alla Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato di Caserta. “È iniziato con un semplice mal di testa. Con il passare del tempo mi venivano delle crisi, un dolore che inizia dalla testa fin sotto l’occhio, di conseguenza non riuscivo a lavorare normalmente.
Poiché la mia situazione economica era difficile, non ho potuto neanche fare degli accertamenti per approfondire di quale malattia si tratti. Per questo ho deciso di venire qua in Italia”.
Il 21 febbraio scorso, la sua richiesta di protezione è stata rigettata “per manifesta infondantezza” e Jemli sottoposto a obbligo di rimpatrio. Presentando ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, ha ottenuto per il momento una sospensiva del provvedimento.

“Qui è in atto un ecocidio”

I resti di una tartaruga sulla spiaggia di Gabes. Il Gruppo Chimico Tunisino di Gabes è un polo industriale che da anni sta causando un devastante declino della biodiversità nel Golfo: il numero di specie marine è sceso da 250 nel 1965 a solo 50 oggi. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Il suo caso è paradigmatico di un fenomeno sempre più rilevante, che stenta a trovare una concretizzazione normativa, sia a livello nazionale che internazionale: quello delle migrazioni per cause ambientali e climatiche. Le Commissioni territoriali respingono le richieste perché le motivazioni alla base di queste migrazioni non rientrano né nelle specifiche previste dalla Convenzione di Ginevra del 1951 per il diritto d’asilo, né nelle forme di protezione umanitaria introdotte nell’ordinamento italiano nel 1998 e poi via via ridotte con vari interventi legislativi. Poiché la Tunisia è considerata un “paese terzo sicuro”, le richieste di protezione provenienti da cittadini di quel paese sono respinte in modo pressoché automatico.
Ma a Gabès la situazione è tutt’altro che sicura. Lo raccontano gli attivisti, i medici, i semplici cittadini. “Qui è in atto un vero e proprio ecocidio”, dice Khayreddine Dyabala, un ingegnere di 34 anni che attraverso la sua associazione Stop Pollution si batte da tempo per la chiusura della fabbrica, organizzando manifestazioni e lanciando appelli alla politica. In questi anni si è fatto una cultura sugli agenti inquinanti e sul funzionamento dell’impianto, che descrive nel dettaglio. “Gli effetti più immediati si hanno durante le cosiddette operazioni di “degassaggio”, quando cioè ripuliscono le macchine ed espellono un’enorme quantità di sostanze gassose”. Normalmente questi interventi vengono effettuati ogni due mesi, ma nell’ultimo periodo stanno diventando più frequenti, con conseguenze rilevanti sulla popolazione. Dyabala mostra un video sul cellulare in cui si vede un’ambulanza arrivare nel cortile di una scuola e caricare dei bambini tra le grida concitate degli insegnanti. “Hanno asfissiato gli alunni della scuola elementare qui vicina. In molti hanno vomitato, altri sono svenuti e li hanno portati al pronto soccorso”.
Che le patologie respiratorie siano particolarmente ricorrenti da queste parti ce lo conferma un medico del centro sanitario di Ghannouch, proprio dietro l’impianto. “I bambini soffrono di asma molto presto, il cancro ai polmoni è comune. Purtroppo, non è stato effettuato nessuno studio per stabilire un legame tra la recrudescenza di queste malattie e l’inquinamento legato ai fosfati”, dichiara l’uomo, che preferisce mantenere l’anonimato per timore di ritorsioni.
Oltre ai fumi che spande in atmosfera, la fabbrica produce un inquinamento permanente e stratificato su tutto il territorio circostante. Dyabala indica il tubo che versa il liquido nerastro nel canale creando mulinelli densi e oleosi. “Lì ci sono i residui della produzione, chiamati fosfogessi. All’interno trovi metalli pesanti di ogni tipo: dal cadmio all’arsenico, dallo zinco al mercurio”.
I numeri di questo scarico, citati anche dal rapporto della Commissione europea, fanno impressione: 12mila tonnellate al giorno, 5 milioni di tonnellate all’anno, che finiscono direttamente nella baia di Gabès.

Un relitto a futura memoria

Particolare del mare di fronte alla fabbrica chimica tunisina di Gabes, che produce inquinamento sia in città che nel Mar Mediterraneo. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Questo sversamento produce un fenomeno che è unico in tutto il bacino mediterraneo: invece di erodersi in seguito all’innalzamento del mare, qui la spiaggia avanza. La ragione è semplice: l’arenile non è composto di sabbia, ma di questi residui della produzione che si compattano e formano una specie di argilla solida su cui si può camminare. Basta un giro su questa riva artificiale per misurare gli effetti di questa contaminazione: sul terreno si vedono carcasse di tartarughe marine e centinaia di pesci scarnificati dopo essere stati resi deformi.
Poco lontano sulla spiaggia deserta, ci sono assi e pezzi di legno scomposti. Sono i resti di un naufragio che ha fatto molto discutere da queste parti. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 2023, un’imbarcazione partita da questa spiaggia si è spezzata a soli 120 metri dalla costa. Tra i venti tunisini diretti a Lampedusa, sono morti un ragazzo di 20 anni e un bebè. “Il relitto è rimasto qui a futura memoria”, dice Salah Ghouma, presidente del locale sindacato dei pescatori. “Ma anche come monito per i nostri politici, che non fanno nulla per salvare la nostra città ed evitare che i giovani fuggano”.
Il rappresentante dei pescatori descrive una realtà devastante per il comparto: “Noi non peschiamo qui perché non c’è assolutamente nulla. Dobbiamo andare molto lontano, verso Zarzis o Djerba, con un aumento delle spese e delle ore di lavoro, creando peraltro tensioni con i nostri colleghi di là”. Ghouma
ricorda quando usciva in barca con il padre in un mare cristallino, dove venivano da tutto il sud della Tunisia perché questa era zona di riproduzione di calamari e gamberetti. Oggi osserva questa spiaggia morta con un misto di nostalgia e disperazione. Lui ha due bambini ancora piccoli, ma i figli degli altri pescatori sono tutti andati via. Hanno preso la barca e sono scappati in Europa. “Che altro dovevano fare? Una volta qui era il paradiso. Arrivavano da tutta la Tunisia e anche dall’estero. Ora non è rimasto nulla”.

L’unica oasi litoranea del Mediterraneo

Veduta dell’oasi di Gabes. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

I visitatori venivano qui a vedere quello che era un vero e proprio gioiello. Ovvero: Chenini, l’unica oasi litoranea di tutto il bacino Mediterraneo; un enorme palmeto che rappresenta anche un corridoio ecologico tra il mare e il deserto del Sahara.
Candidata da anni a patrimonio mondiale dell’Unesco, ha oggi scarse possibilità di ottenere il riconoscimento. Perché dell’oasi è rimasto solo un vago scheletro. Corrosa dall’inquinamento dell’aria e della terra, mangiata da un’urbanizzazione senza criterio, è oggi ridotta a poche centinaia di ettari. Mabrouk Jebri ne è la memoria vivente. Questo insegnante in pensione sulla settantina ricorda quando, negli anni ’70, fu costruita la fabbrica.
“All’inizio fu per noi un evento positivo. Sarebbe arrivato il lavoro e la modernità. Ma presto abbiamo visto gli effetti sull’ambiente”.
Pian piano le falde acquifere che avevano alimentato l’oasi per secoli hanno cominciato a seccarsi, l’acqua a scarseggiare. Jebri descrive il particolare metodo di coltivazione del luogo, basato su un sistema ancestrale cosiddetto dei “tre strati”: in alto c’è la palma da dattero, che fa ombra e crea umidità per lo strato medio costituto da vari alberi da frutto e per lo strato inferiore composto da ortaggi e cereali. Oggi questo sistema è in affanno, fiaccato dalla scarsità idrica provocata dagli usi industriali e dalle siccità sempre più prolungate. La Tunisia è uno dei paesi più toccati dalla crisi climatica di tutto il bacino mediterraneo, che è già di per sé un hot spot del surriscaldamento globale, cioè un luogo dove gli effetti si vedono in modo più vistoso. In un rapporto pubblicato nel novembre 2023, la Banca Mondiale ha ricordato l’urgenza per Tunisi di adottare misure per proteggere il Paese dai rischi legati al cambiamento climatico. Secondo le stime, il prodotto interno lordo del paese potrebbe contrarsi del 3,4 per cento entro il 2030, con una perdita di circa 5,6 miliardi di dinari all’anno (circa 1,66 miliardi di euro), tenendo conto di tutte le conseguenze dirette e indirette.
Jebri ricorda con nostalgia il tempo della sua gioventù, quando faceva il bagno nelle piscine naturali ormai secche o quando i campi erano rigogliosi. “Oggi non c’è più nulla di tutto ciò”, racconta l’ex insegnante, che gestisce un centro culturale all’interno del quale si ritrovano i membri di un’organizzazione non governativa (ONG) che vorrebbero rivitalizzare l’oasi attraverso un programma di eco-turismo e un festival del cinema che si tiene annualmente e che è anche un evento di sensibilizzazione.
“Tra loro ci sono anche alcuni giovani, ma la maggior parte è andata via”. Gli stessi figli di Jebri sono tutti all’estero, partiti per ragioni di studio e mai più tornati. “Vengono per le vacanze. Vorrebbero tornare qui, ma a fare che?”. “Il sistema delle oasi di Gabès non esiste più. L’oasi tradizionale ha perso metà della sua superficie e più della metà dei suoi contadini; le sue fonti si sono definitivamente prosciugate”, gli fa eco Habib Ayeb, geografo tunisino che conosce bene la situazione perché ha girato un documentario sull’oasi “Gabès Labess” (“Tutto bene a Gabès”). “Si è trattato di un processo di espropriazione attuato dalla fabbrica, che ha portato a una vera e propria migrazione verso altre città o all’estero”. Ayeb parla di un esodo massiccio e non ha dubbi nel definire i protagonisti di queste migrazioni veri e propri “rifugiati ambientali”. “Perché le condizioni degli ambienti in cui si trovavano a svolgere le proprie attività da generazioni sono cambiate, per effetto delle politiche attuate dallo stato tunisino”. Questa migrazione è stata poi esacerbata dagli effetti della crisi climatica, che colpisce qui in modo particolarmente virulento anche perché lo sfruttamento intensivo dell’eco-sistema lo ha privato delle risorse naturali per assorbire gli shock.

Il caso Teitiota contro la Nuova Zelanda e la sentenza della Cassazione

L’ingresso dell’azienda chimica tunisina a Gabes, che produce inquinamento sia in città che nel Mar Mediterraneo. Gabes, Tunisia, 2023 /Francesco Bellina.

Numeri per misurare questo esodo non esistono. L’ufficio centrale statistico della Tunisia non fornisce dati sull’emigrazione divisi per città o provincia, né il nostro ministero degli interni scompone le nazionalità degli immigrati sbarcati per regione di provenienza. È difficile dire quanti siano arrivati da Gabès e dintorni e quanti di loro abbiano fatto richiesta di protezione umanitaria per ragioni ambientali.
L’attivista Khayreddine Dyabala sostiene che sono molti. “Ma la loro richiesta viene normalmente respinta e, di prassi, fuggono in Francia prima di venire rimpatriati”. Imed Eddine Jemli è uno dei pochi ad aver presentato ricorso. E attende ora che il Tribunale amministrativo della Campania si pronunci. Non esistendo una normativa specifica per il caso di migrazione ambientale, possono essere solo i tribunali a definire lo status e accettare in via secondaria le richieste di protezione per ragioni di questo genere, come quella presentata dal cittadino tunisino.

A sostegno del suo caso, c’è una sentenza della corte di Cassazione del 2021. All’epoca, un cittadino nigeriano proveniente dalla regione del Delta del Niger, particolarmente toccata dagli effetti dello sfruttamento petrolifero, aveva presentato ricorso dopo che la sua domanda era stata rigettata tanto dalla Commissione territoriale per lo status di rifugiato che dal Tar.
Con la sentenza 5022/2021, i giudici della cassazione hanno affermato che “il degrado ambientale, nella prospettazione del Comitato ONU, può compromettere l’effettivo godimento dei diritti umani individuali, al pari del cambiamento climatico e degli effetti causati, in generale, dallo sviluppo insostenibile; ciò si verifica quando il governo locale non può, o non vuole, assicurare le condizioni necessarie a garantire a tutti l’accesso alle risorse naturali essenziali, quali la terra coltivabile e l’acqua potabile, con conseguente compromissione del diritto individuale alla vita”. Tutti elementi che potrebbero essere validi nel suo caso e che trovano una conferma lampante nella situazione di Gabès e dell’inquinamento prodotto dalla fabbrica, con impatto sulle risorse naturali e sulla vita delle persone.
Il riferimento diretto nella sentenza della Cassazione, nel momento in cui parla di “prospettazione del Comitato ONU”, è a quello che può essere considerato il caso zero nella determinazione giurisprudenziale della migrazione ambientale: il cosiddetto caso Teitiota. Nel 2013, un cittadino di Kiribati, Joane Teitiota, fece domanda di asilo in Nuova Zelanda sostenendo che l’innalzamento del livello del mare causato dal cambiamento climatico avrebbe messo a rischio nei successivi 10-15 anni la sua abitazione e le sue condizioni di vita. Le autorità della Nuova Zelanda non accolsero la richiesta e ne ordinarono il rimpatrio. Così, nel 2015, una volta esaurite tutte le vie giurisdizionali presso le corti neozelandesi, Teitiota decise di rivolgersi al Comitato Onu per i diritti civili e politici. Il 24 ottobre 2019 il Comitato Onu ha determinato che gli Stati hanno l’obbligo di garantire il diritto alla vita delle persone, che si estende anche alle minacce “ragionevolmente prevedibili e alle situazioni potenzialmente letali che possono comportare la perdita della vita o comunque un sostanziale peggioramento delle condizioni dell’esistenza, inclusi il degrado ambientale, i cambiamenti climatici e lo sviluppo insostenibile, che costituiscono alcune delle minacce più gravi ed urgenti alla vita delle generazioni presenti e future”.
Se le decisioni del Comitato non hanno valore vincolante e, nel caso di specie, non raccomandavano comunque l’accoglimento dell’istanza, è interessante rilevare come siano diventate punto di riferimento concettuale per una giurisprudenza che supplisce alle carenze normative sia nazionali che internazionali in merito alla migrazione climatica a ambientale. La stessa giurisprudenza a cui si è appellato Imed Eddine Jemli, nella speranza di veder accolta la sua richiesta di protezione internazionale e di potersi curare da quelli che ritiene danni sanitari prodotti dal degrado ambientale prodotto dalle attività umane nella sua città d’origine.

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
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