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IL RIFUGIATO CLIMATICO CHE NON SAPEVA DI ESSERLO. Protezione per i migranti ambientali? Il dibattito europeo
25 Giugno 2024
Caltanissetta, Italia, 2020/Francesco Bellina

Milon non pensava di essere un migrante climatico. Partito nel 2016 dopo essersi indebitato per affrontare il viaggio, questo ventenne del Bangladesh ha impiegato più di un anno ad arrivare in Italia. Ha seguito le orme di molti suoi connazionali: aereo per la Libia con scalo negli Emirati arabi, alcuni mesi di lavoro nel paese nordafricano e poi il barcone per Lampedusa. Una volta arrivato, ha presentato richiesta d’asilo. Ma se l’è vista respingere. Quando ha detto alla Commissione territoriale per la protezione internazionale che temeva vendette degli strozzini in caso di rimpatrio, gli è stato risposto che la motivazione non era abbastanza forte e non rientrava tra quelle elencate dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che regola il diritto d’asilo.

Milon sembrava il tipico caso di migrante economico, partito per sostenere la famiglia e finito stritolato in un circolo vizioso di debiti impossibili da risarcire. Ma poi il ragazzo ha mostrato all’avvocata che seguiva il suo caso un documento che ha cambiato il corso del suo procedimento e anche la sua vita. Era un certificato con cui il governo del Bangladesh riconosceva un piccolo sussidio alla famiglia in seguito ai danni provocati dall’alluvione che aveva spazzato via la casa e il pollaio. La partenza di Milon era stata determinata anche e soprattutto da quell’episodio: l’alluvione che aveva colpito la sua città d’origine aveva privato la sua famiglia dei pochi mezzi di sostentamento di cui disponeva. Il richiedente lo raccontava come un fatto accidentale, ma frequente: per chi vive a quelle latitudini, l’eventualità che un evento atmosferico estremo distrugga tutti i tuoi beni è tutt’altro che remota. Osservato il documento, l’avvocata Chiara Maiorano di Sulmona ha deciso di cambiare strategia e di impostare il ricorso al rigetto sulle motivazioni ambientali. “Il Bangladesh è un paese soggetto a persistenti alluvioni e tifoni, sempre più frequenti in seguito al surriscaldamento globale. Ed è così che abbiamo deciso di puntare sul fattore climatico”. Una decisione che si è mostrata vincente: il 18 febbraio 2018 il tribunale dell’Aquila ha accolto il ricorso e riconosciuto al ricorrente la protezione umanitaria. “La cosa interessante è che il Tribunale ha tenuto conto di vari report che avevamo allegato a sostegno della tesi che il Bangladesh è un paese particolarmente vulnerabile dal punto di vista climatico”1. Fra questi il report su “Crisi ambientali e migrazioni forzate”, redatto dall’associazione “A sud”2.

Quello di Milon non è stato il primo caso di riconoscimento della protezione internazionale per ragioni climatiche. Già nel 2015, c’era stato il caso di un migrante pakistano, Rachid, il cui ricorso era stato accolto dal Tribunale di Bologna per motivazioni analoghe. La storia è simile: nel 2013, un’alluvione aveva distrutto tutti i suoi averi, inondando i terreni che coltivava e uccidendo tutti gli animali che allevava. Ha così deciso di partire ed è arrivato, dopo un viaggio travagliato, in Italia. Qui ha seguito l’iter della richiesta d’asilo, che è stata respinta perché ritenuta infondata. Ma in sede di ricorso il suo legale, l’avvocata Alba Ferretti, ha fatto valere il fattore ambientale ed è riuscita a ottenere il riconoscimento della protezione speciale3.

Rachid, come anche Milon, era inconsapevole di essere un migrante per motivi climatici. Anche perché questa fattispecie non è espressamente regolamentata: tra le cause elencate dalla Convenzione di Ginevra non figura quella ambientale. Il testo, figlio della guerra fredda, prevede il riconoscimento del diritto d’asilo a chi teme di essere perseguitato nel paese d’origine per lo più per motivazioni razziali, politiche o religiose, o perché componente di un gruppo con una identità propria e distinta da quella maggioritaria (ad es. appartenente alla comunità queer). La motivazione ambientale non è espressamente contemplata neanche tra le cause che prevedono la cosiddetta protezione umanitaria o speciale4. Così tutti i casi che vengono riconosciuti come tali sono il risultato di ricorsi giudiziari, come quelli di Milon e di Rachid.

  1. Il caso è descritto nel dettaglio in Gilberto Mastromatteo, I primi rifugiati ambientali, RSI, 20 novembre 2020, https://www.rsi.ch/info/oltre-la-news/I-primi-rifugiati-ambien- tali–1235222.html
  2. A Sud, Cmca, “Crisi ambientale e migrazioni forzate – I° Ed. L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa”, 2016 https://asud.net/risorsa/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate/
  3. Il caso è ampiamente trattato in Francesca Rosignoli, Environmental Justice for Climate Refugees, Routledge, 2022, https://www.routledge.com/Environmental-Justice-for-Climate-Refugees/Rosignoli/p/book/9780367609450
  4. La protezione speciale, versione più restrittiva della preesistente “protezione umani- taria”, è una forma di protezione complementare all’asilo e alla protezione sussidiaria, introdotta in Italia per permettere ai migranti arrivati da contesti non di guerra aperta né di persecuzione individuale di poter restare legalmente nel paese. In vigore per decenni, è stata abolita nel 2018 dai cosiddetti “decreti sicurezza” dall’allora ministro degli interni Matteo Salvini, reintrodotta nel successivo governo con il decreto Lamorgese del 2020, e poi fortemente depotenziata dal cosiddetto decreto Cutro 20/2023. Si veda Maurizio Am- brosini, Cosa cambia dopo l’abolizione della protezione speciale, lavoce.info, 18/4/2023, https://lavoce.info/archives/100823/cosa-cambia-dopo-labolizione-della-protezione-speciale/.

La sentenza storica della Cassazione

Zarzis, Tunisia, 2021 / Francesco Bellina

A questo proposito, in Italia è particolarmente rilevante una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione nel febbraio 2021. A ricorrere alla Corte suprema era stato un cittadino del Delta del Niger, regione del Sud della Nigeria, in cui lo sfruttamento petrolifero ha prodotto rilevanti danni ambientali e sociali. L’uomo si era visto rigettare la domanda d’asilo sia dalla Commissione territoriale che dal Tribunale di Ancona, cui aveva fatto ricorso. Con l’ausilio dell’avvocato Michelangelo Giugni, ha quindi portato il caso in Cassazione. E i giudici della Corte suprema hanno stabilito che la richiesta del ricorrente era legittima, riconoscendo che in caso di disastri ambientali sia possibile ottenere la protezione umanitaria/speciale.

Accogliendo il ricorso, la Corte ha affermato che al giudice di merito spetta il compito di valutare la situazione nel paese di provenienza del richiedente, “con specifico riferimento al peculiare rischio per il diritto alla vita e all’esistenza dignitosa derivante dal degrado ambientale, dal cambiamento climatico o dallo sviluppo insostenibile dell’area”, allargando le fattispecie dei rischi per la vita rispetto a quelli tradizionalmente previsti dalla Convenzione di Ginevra. “Si è stabilito un principio di diritto a partire da un vuoto normativo”, sottolinea l’avvocato Giugni. “La Corte di legittimità ha inaugurato un nuovo orientamento giurisprudenziale che evidenzia la necessità di riconoscere l’esistenza dei migranti ambientali, per volgere l’attenzione a una gestione organizzata della migrazione, in vista di un fenomeno, quale il cambiamento climatico, suscettibile di provocare ondate migratorie importanti”.

Le proiezioni parlano di un aumento esponenziale del numero di migranti per fattori climatici da qui al 2050, con stime variabili tra i 250 milioni di persone a 1,2 miliardi5. In questo numero sono compresi gli sfollati interni, ossia quei migranti che si spostano da un’area di un paese a un’altra in cui le condizioni di vita sono migliori: dal momento che questi spostamenti all’interno dei paesi sono difficili da conteggiare e costituiscono al momento la maggioranza dei casi, appare particolarmente complesso sia scattare una fotografia del fenomeno che fare previsioni per il futuro6. Nonostante l’ampia forbice tra le varie stime, tutti gli studiosi e gli analisti concordano tuttavia che il fattore ambientale sarà sempre più un elemento alla base di scelte migratorie. Fra i paesi più esposti ci sono gli atolli del Pacifico, gli stati del sud-est asiatico come il Bangladesh e il Pakistan, la fascia del Sahel ma anche il bacino mediterraneo, che è uno degli hotspot della crisi climatica, cioè uno dei luoghi dove i mutamenti generati dal surriscaldamento globale sono più vistosi.

 

Palermo, Italia, 2017/Francesco Bellina.

Il numero di migranti climatici da paesi come la Tunisia e l’Egitto potrebbe aumentare sensibilmente. Si tratta di migrazioni di carattere multi-fattoriale, in cui l’elemento della degradazione ambientale provocata dal sovra-sfruttamento antropico o dalla manifestazione sempre più vistosa del surriscaldamento globale può essere lo stimolo primario a partire, ovvero produrre contesti di crisi sociale o politica suscettibili a loro volta di innescare progetti di migrazione, sia interna che internazionale.

È esemplare, da questo punto di vista, il caso del cittadino tunisino Imed Eddine Jemni, proveniente dalla città di Gabès, che è il primo richiedente asilo per ragioni ambientali in Italia proveniente da un paese dell’area mediterranea. Il caso, di cui avevamo già parlato qui7, è all’esame del Tribunale di Napoli a seguito del ricorso avverso la decisione di rigetto della Commissione territoriale di Caserta. L’avvocato che lo ha presentato, Jacopo Russo, ha fatto esplicito riferimento alla sentenza della Cassazione del 2021 nel tentativo di rovesciare il rigetto della sua richiesta d’asilo.

Come sottolinea Michelangelo Giugni, i tribunali ovviano a un buco normativo e svolgono una funzione che va in controcorrente rispetto alle restrizioni crescenti al diritto di asilo introdotte dal legislatore italiano. A partire dal 2008, il ministero degli interni, di concerto con quello degli esteri e della giustizia, pubblica periodicamente un decreto in cui elenca i cosiddetti “paesi terzi sicuri”, i cui cittadini sono molto limitati nella possibilità richiedere asilo politico. Nel nuovo elenco, pubblicato in gazzetta ufficiale il 7 maggio 2024, sono inseriti paesi come il Bangladesh e l’Egitto (oltre alla Tunisia che era già presente da tempo), che sono tra i principali stati d’origine dei migranti che arrivano in Italia e tra i paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica. Proprio a partire da questo elenco, richiedenti asilo come Imed Eddine Jemli si sono visti respingere la domanda di asilo in via accelerata.

Per quei cittadini stranieri, infatti, non vale la procedura ordinaria per la protezione internazionale, che prevede una serie di garanzie rispetto al diritto di difesa e la possibilità di essere regolari fino all’esito finale della domanda (in media ci vogliono due anni). Chi arriva da un paese classificato come “sicuro”, invece, è sottoposto a una procedura accelerata che ha tempi strettissimi sia per la Commissione territoriale, sia per l’eventuale ricorso davanti all’autorità giudiziaria. Questo non sospende l’espulsione: si può essere rimpatriati prima della sentenza.

Questo inasprimento normativo e le restrizioni sulla protezione speciale operate dal cd. decreto Cutro 20/2023 possono avere l’effetto paradossale di rendere più visibile il fenomeno della migrazione ambientale. E’ prevedibile che la sentenza della Cassazione del 2021 sarà sempre più addotta come fonte giurisprudenziale in sede di ricorso per sospendere l’espulsione e ottenere uno status di protezione. “Dal momento che il decreto Cutro rende più complesso l’ottenimento della protezione speciale per ragioni legate all’inserimento socio-lavorativo, non è escluso che molti ricorsi avverranno per ragioni ambientali, là dove queste motivazioni già rilevanti prima non erano avanzate perché era più semplice seguire l’altra strada”, conferma Giugni.

5. Sulle differenti stime si legga Simone Tagliapietra, Klaas Lenaerts, Climate migration: what do we really know?, Bruegel, 25 aprile 2022, https://www.bruegel.org/blog-post/cli- mate-migration-what-do-we-really-know

6. https://www.migrationdataportal.org/themes/environmental_migration_

and_statistics

7. https://fieri.it/en/profugo-dalloasi-morente-il-caso-gabes-e-il-dibattito-sulla-migrazio- ne-forzata-per-motivi-ambientali/

Il dibattito in Europa

Palermo, Italia, 2016/Francesco Bellina

Se in Italia il dibattito sui possibili migranti ambientali o climatici è a un livello embrionale, altrove è assai più sviluppato. Nell’ottobre 2023, il Consiglio di esperti su migrazione e integrazione, organismo indipendente incaricato di consigliare il governo tedesco, ha proposto nella sua relazione annuale di istituire un “passaporto climatico”, nonché una “mappa climatica” e un “visto climatico”, con periodi di accoglienza diversi. Tre strumenti che permetterebbero alla Germania di dare l’esempio a livello internazionale per “rispondere alla sfida della migrazione causata dai cambiamenti climatici”8.

Anche nel Regno Unito la discussione è all’ordine del giorno. Un think tank legato ai Tories, Onward, considera quella dei “migranti ambientali” una delle più rilevanti questioni dei nostri tempi. In un rapporto recente, l’organizzazione sottolinea come “nei prossimi decenni il degrado ambientale, i conflitti e la crescita demografica potrebbero innescare una tempesta perfetta in grado di produrre una migrazione climatica di massa”9. Gli estensori del rapporto indicano che il paese deve prepararsi a questa eventualità e agire cercando di sostenere iniziative di adattamento all’estero per ridurre la possibilità di flussi migratori.

I due approcci sembrano antitetici: il primo è basato su un principio di giustizia ambientale, il secondo sull’idea di trovare una soluzione pratica a un problema che altrimenti è destinato a esplodere. Entrambi partono da un assunto: che l’Europa verrà investita sempre di più da flussi migratori provenienti dall’esterno provocati in parte o in toto da ragioni ambientali o climatiche. Ma cosa avverrà se questi movimenti saranno intra-europei? Cosa accadrà se, come alcuni modelli predittivi indicano, ampie aree dell’Europa meridionale o vaste zone costiere di tutto il continente diventeranno inabitabili? Nel Regno Unito c’è già il primo caso di comunità invitata ad abbandonare le proprie case per una ricollocazione “perché le misure di contenimento dell’innalzamento del livello del mare saranno sempre più inefficaci e costose”. Il villaggio gallese di Fairbourne è destinato a essere sommerso e gli abitanti a spostarsi entro i prossimi trent’anni10. In Francia, secondo un rapporto di Ofxam11, ci sono stati 45.000 sfollati climatici solo nel 2022, anno caratterizzato da incendi devastanti. In particolare, due enormi fuochi nel dipartimento della Gironda hanno causato lo spostamento forzato di 38.000 persone tra il luglio e l’agosto di quell’anno.

Le persistenti ondate di calore, la siccità che colpisce ampie aree del Mediterraneo e riduce in modo consistente la redditività agricola, insieme all’incremento esponenziale degli eventi estremi, mostrano che gli effetti della crisi climatica possono pesare su territori che si credevano al riparo nel breve periodo, provocando conseguenze difficili da prevedere. A ben guardare, lo scenario evocato da “Qualcosa là fuori”, il romanzo di fantascienza distopica dello scrittore Bruno Arpaia12, che immagina schiere di rifugiati climatici in partenza dall’Italia diretti nel Nord Europa e bloccati da barriere di filo spinato e da guardie armate è forse meno lontano di quanto pensiamo. E i casi di Milon e di Rachid in fuga dal Sud-Est asiatico in preda ai tifoni, così come quello del tunisino Imed, potrebbero riguardarci molto più di quanto pensiamo.

8. https://www.svr-migration.de/en/press/svr-releases-2023-annual-report/

9. Forced to move: how to reduce climate migration to the UK, https://www.ukonward. com/reports/forced-to-move-climate-migration/

10. The UK ‘climate refugees’ who won’t leave, Bbc. 10 maggio 2022, https://www.bbc. com/future/article/20220506-the-uk-climate-refugees-who-wont-leave

11. https://www.oxfamfrance.org/climat-et-energie/refugies-climatiques-en-france/

12. Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016.

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
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IL RIFUGIATO CLIMATICO CHE NON SAPEVA DI ESSERLO. Protezione per i migranti ambientali? Il dibattito europeo
25 Giugno 2024
Caltanissetta, Italia, 2020/Francesco Bellina

Milon non pensava di essere un migrante climatico. Partito nel 2016 dopo essersi indebitato per affrontare il viaggio, questo ventenne del Bangladesh ha impiegato più di un anno ad arrivare in Italia. Ha seguito le orme di molti suoi connazionali: aereo per la Libia con scalo negli Emirati arabi, alcuni mesi di lavoro nel paese nordafricano e poi il barcone per Lampedusa. Una volta arrivato, ha presentato richiesta d’asilo. Ma se l’è vista respingere. Quando ha detto alla Commissione territoriale per la protezione internazionale che temeva vendette degli strozzini in caso di rimpatrio, gli è stato risposto che la motivazione non era abbastanza forte e non rientrava tra quelle elencate dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che regola il diritto d’asilo.

Milon sembrava il tipico caso di migrante economico, partito per sostenere la famiglia e finito stritolato in un circolo vizioso di debiti impossibili da risarcire. Ma poi il ragazzo ha mostrato all’avvocata che seguiva il suo caso un documento che ha cambiato il corso del suo procedimento e anche la sua vita. Era un certificato con cui il governo del Bangladesh riconosceva un piccolo sussidio alla famiglia in seguito ai danni provocati dall’alluvione che aveva spazzato via la casa e il pollaio. La partenza di Milon era stata determinata anche e soprattutto da quell’episodio: l’alluvione che aveva colpito la sua città d’origine aveva privato la sua famiglia dei pochi mezzi di sostentamento di cui disponeva. Il richiedente lo raccontava come un fatto accidentale, ma frequente: per chi vive a quelle latitudini, l’eventualità che un evento atmosferico estremo distrugga tutti i tuoi beni è tutt’altro che remota. Osservato il documento, l’avvocata Chiara Maiorano di Sulmona ha deciso di cambiare strategia e di impostare il ricorso al rigetto sulle motivazioni ambientali. “Il Bangladesh è un paese soggetto a persistenti alluvioni e tifoni, sempre più frequenti in seguito al surriscaldamento globale. Ed è così che abbiamo deciso di puntare sul fattore climatico”. Una decisione che si è mostrata vincente: il 18 febbraio 2018 il tribunale dell’Aquila ha accolto il ricorso e riconosciuto al ricorrente la protezione umanitaria. “La cosa interessante è che il Tribunale ha tenuto conto di vari report che avevamo allegato a sostegno della tesi che il Bangladesh è un paese particolarmente vulnerabile dal punto di vista climatico”1. Fra questi il report su “Crisi ambientali e migrazioni forzate”, redatto dall’associazione “A sud”2.

Quello di Milon non è stato il primo caso di riconoscimento della protezione internazionale per ragioni climatiche. Già nel 2015, c’era stato il caso di un migrante pakistano, Rachid, il cui ricorso era stato accolto dal Tribunale di Bologna per motivazioni analoghe. La storia è simile: nel 2013, un’alluvione aveva distrutto tutti i suoi averi, inondando i terreni che coltivava e uccidendo tutti gli animali che allevava. Ha così deciso di partire ed è arrivato, dopo un viaggio travagliato, in Italia. Qui ha seguito l’iter della richiesta d’asilo, che è stata respinta perché ritenuta infondata. Ma in sede di ricorso il suo legale, l’avvocata Alba Ferretti, ha fatto valere il fattore ambientale ed è riuscita a ottenere il riconoscimento della protezione speciale3.

Rachid, come anche Milon, era inconsapevole di essere un migrante per motivi climatici. Anche perché questa fattispecie non è espressamente regolamentata: tra le cause elencate dalla Convenzione di Ginevra non figura quella ambientale. Il testo, figlio della guerra fredda, prevede il riconoscimento del diritto d’asilo a chi teme di essere perseguitato nel paese d’origine per lo più per motivazioni razziali, politiche o religiose, o perché componente di un gruppo con una identità propria e distinta da quella maggioritaria (ad es. appartenente alla comunità queer). La motivazione ambientale non è espressamente contemplata neanche tra le cause che prevedono la cosiddetta protezione umanitaria o speciale4. Così tutti i casi che vengono riconosciuti come tali sono il risultato di ricorsi giudiziari, come quelli di Milon e di Rachid.

  1. Il caso è descritto nel dettaglio in Gilberto Mastromatteo, I primi rifugiati ambientali, RSI, 20 novembre 2020, https://www.rsi.ch/info/oltre-la-news/I-primi-rifugiati-ambien- tali–1235222.html
  2. A Sud, Cmca, “Crisi ambientale e migrazioni forzate – I° Ed. L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa”, 2016 https://asud.net/risorsa/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate/
  3. Il caso è ampiamente trattato in Francesca Rosignoli, Environmental Justice for Climate Refugees, Routledge, 2022, https://www.routledge.com/Environmental-Justice-for-Climate-Refugees/Rosignoli/p/book/9780367609450
  4. La protezione speciale, versione più restrittiva della preesistente “protezione umani- taria”, è una forma di protezione complementare all’asilo e alla protezione sussidiaria, introdotta in Italia per permettere ai migranti arrivati da contesti non di guerra aperta né di persecuzione individuale di poter restare legalmente nel paese. In vigore per decenni, è stata abolita nel 2018 dai cosiddetti “decreti sicurezza” dall’allora ministro degli interni Matteo Salvini, reintrodotta nel successivo governo con il decreto Lamorgese del 2020, e poi fortemente depotenziata dal cosiddetto decreto Cutro 20/2023. Si veda Maurizio Am- brosini, Cosa cambia dopo l’abolizione della protezione speciale, lavoce.info, 18/4/2023, https://lavoce.info/archives/100823/cosa-cambia-dopo-labolizione-della-protezione-speciale/.

La sentenza storica della Cassazione

Zarzis, Tunisia, 2021 / Francesco Bellina

A questo proposito, in Italia è particolarmente rilevante una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione nel febbraio 2021. A ricorrere alla Corte suprema era stato un cittadino del Delta del Niger, regione del Sud della Nigeria, in cui lo sfruttamento petrolifero ha prodotto rilevanti danni ambientali e sociali. L’uomo si era visto rigettare la domanda d’asilo sia dalla Commissione territoriale che dal Tribunale di Ancona, cui aveva fatto ricorso. Con l’ausilio dell’avvocato Michelangelo Giugni, ha quindi portato il caso in Cassazione. E i giudici della Corte suprema hanno stabilito che la richiesta del ricorrente era legittima, riconoscendo che in caso di disastri ambientali sia possibile ottenere la protezione umanitaria/speciale.

Accogliendo il ricorso, la Corte ha affermato che al giudice di merito spetta il compito di valutare la situazione nel paese di provenienza del richiedente, “con specifico riferimento al peculiare rischio per il diritto alla vita e all’esistenza dignitosa derivante dal degrado ambientale, dal cambiamento climatico o dallo sviluppo insostenibile dell’area”, allargando le fattispecie dei rischi per la vita rispetto a quelli tradizionalmente previsti dalla Convenzione di Ginevra. “Si è stabilito un principio di diritto a partire da un vuoto normativo”, sottolinea l’avvocato Giugni. “La Corte di legittimità ha inaugurato un nuovo orientamento giurisprudenziale che evidenzia la necessità di riconoscere l’esistenza dei migranti ambientali, per volgere l’attenzione a una gestione organizzata della migrazione, in vista di un fenomeno, quale il cambiamento climatico, suscettibile di provocare ondate migratorie importanti”.

Le proiezioni parlano di un aumento esponenziale del numero di migranti per fattori climatici da qui al 2050, con stime variabili tra i 250 milioni di persone a 1,2 miliardi5. In questo numero sono compresi gli sfollati interni, ossia quei migranti che si spostano da un’area di un paese a un’altra in cui le condizioni di vita sono migliori: dal momento che questi spostamenti all’interno dei paesi sono difficili da conteggiare e costituiscono al momento la maggioranza dei casi, appare particolarmente complesso sia scattare una fotografia del fenomeno che fare previsioni per il futuro6. Nonostante l’ampia forbice tra le varie stime, tutti gli studiosi e gli analisti concordano tuttavia che il fattore ambientale sarà sempre più un elemento alla base di scelte migratorie. Fra i paesi più esposti ci sono gli atolli del Pacifico, gli stati del sud-est asiatico come il Bangladesh e il Pakistan, la fascia del Sahel ma anche il bacino mediterraneo, che è uno degli hotspot della crisi climatica, cioè uno dei luoghi dove i mutamenti generati dal surriscaldamento globale sono più vistosi.

 

Palermo, Italia, 2017/Francesco Bellina.

Il numero di migranti climatici da paesi come la Tunisia e l’Egitto potrebbe aumentare sensibilmente. Si tratta di migrazioni di carattere multi-fattoriale, in cui l’elemento della degradazione ambientale provocata dal sovra-sfruttamento antropico o dalla manifestazione sempre più vistosa del surriscaldamento globale può essere lo stimolo primario a partire, ovvero produrre contesti di crisi sociale o politica suscettibili a loro volta di innescare progetti di migrazione, sia interna che internazionale.

È esemplare, da questo punto di vista, il caso del cittadino tunisino Imed Eddine Jemni, proveniente dalla città di Gabès, che è il primo richiedente asilo per ragioni ambientali in Italia proveniente da un paese dell’area mediterranea. Il caso, di cui avevamo già parlato qui7, è all’esame del Tribunale di Napoli a seguito del ricorso avverso la decisione di rigetto della Commissione territoriale di Caserta. L’avvocato che lo ha presentato, Jacopo Russo, ha fatto esplicito riferimento alla sentenza della Cassazione del 2021 nel tentativo di rovesciare il rigetto della sua richiesta d’asilo.

Come sottolinea Michelangelo Giugni, i tribunali ovviano a un buco normativo e svolgono una funzione che va in controcorrente rispetto alle restrizioni crescenti al diritto di asilo introdotte dal legislatore italiano. A partire dal 2008, il ministero degli interni, di concerto con quello degli esteri e della giustizia, pubblica periodicamente un decreto in cui elenca i cosiddetti “paesi terzi sicuri”, i cui cittadini sono molto limitati nella possibilità richiedere asilo politico. Nel nuovo elenco, pubblicato in gazzetta ufficiale il 7 maggio 2024, sono inseriti paesi come il Bangladesh e l’Egitto (oltre alla Tunisia che era già presente da tempo), che sono tra i principali stati d’origine dei migranti che arrivano in Italia e tra i paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica. Proprio a partire da questo elenco, richiedenti asilo come Imed Eddine Jemli si sono visti respingere la domanda di asilo in via accelerata.

Per quei cittadini stranieri, infatti, non vale la procedura ordinaria per la protezione internazionale, che prevede una serie di garanzie rispetto al diritto di difesa e la possibilità di essere regolari fino all’esito finale della domanda (in media ci vogliono due anni). Chi arriva da un paese classificato come “sicuro”, invece, è sottoposto a una procedura accelerata che ha tempi strettissimi sia per la Commissione territoriale, sia per l’eventuale ricorso davanti all’autorità giudiziaria. Questo non sospende l’espulsione: si può essere rimpatriati prima della sentenza.

Questo inasprimento normativo e le restrizioni sulla protezione speciale operate dal cd. decreto Cutro 20/2023 possono avere l’effetto paradossale di rendere più visibile il fenomeno della migrazione ambientale. E’ prevedibile che la sentenza della Cassazione del 2021 sarà sempre più addotta come fonte giurisprudenziale in sede di ricorso per sospendere l’espulsione e ottenere uno status di protezione. “Dal momento che il decreto Cutro rende più complesso l’ottenimento della protezione speciale per ragioni legate all’inserimento socio-lavorativo, non è escluso che molti ricorsi avverranno per ragioni ambientali, là dove queste motivazioni già rilevanti prima non erano avanzate perché era più semplice seguire l’altra strada”, conferma Giugni.

5. Sulle differenti stime si legga Simone Tagliapietra, Klaas Lenaerts, Climate migration: what do we really know?, Bruegel, 25 aprile 2022, https://www.bruegel.org/blog-post/cli- mate-migration-what-do-we-really-know

6. https://www.migrationdataportal.org/themes/environmental_migration_

and_statistics

7. https://fieri.it/en/profugo-dalloasi-morente-il-caso-gabes-e-il-dibattito-sulla-migrazio- ne-forzata-per-motivi-ambientali/

Il dibattito in Europa

Palermo, Italia, 2016/Francesco Bellina

Se in Italia il dibattito sui possibili migranti ambientali o climatici è a un livello embrionale, altrove è assai più sviluppato. Nell’ottobre 2023, il Consiglio di esperti su migrazione e integrazione, organismo indipendente incaricato di consigliare il governo tedesco, ha proposto nella sua relazione annuale di istituire un “passaporto climatico”, nonché una “mappa climatica” e un “visto climatico”, con periodi di accoglienza diversi. Tre strumenti che permetterebbero alla Germania di dare l’esempio a livello internazionale per “rispondere alla sfida della migrazione causata dai cambiamenti climatici”8.

Anche nel Regno Unito la discussione è all’ordine del giorno. Un think tank legato ai Tories, Onward, considera quella dei “migranti ambientali” una delle più rilevanti questioni dei nostri tempi. In un rapporto recente, l’organizzazione sottolinea come “nei prossimi decenni il degrado ambientale, i conflitti e la crescita demografica potrebbero innescare una tempesta perfetta in grado di produrre una migrazione climatica di massa”9. Gli estensori del rapporto indicano che il paese deve prepararsi a questa eventualità e agire cercando di sostenere iniziative di adattamento all’estero per ridurre la possibilità di flussi migratori.

I due approcci sembrano antitetici: il primo è basato su un principio di giustizia ambientale, il secondo sull’idea di trovare una soluzione pratica a un problema che altrimenti è destinato a esplodere. Entrambi partono da un assunto: che l’Europa verrà investita sempre di più da flussi migratori provenienti dall’esterno provocati in parte o in toto da ragioni ambientali o climatiche. Ma cosa avverrà se questi movimenti saranno intra-europei? Cosa accadrà se, come alcuni modelli predittivi indicano, ampie aree dell’Europa meridionale o vaste zone costiere di tutto il continente diventeranno inabitabili? Nel Regno Unito c’è già il primo caso di comunità invitata ad abbandonare le proprie case per una ricollocazione “perché le misure di contenimento dell’innalzamento del livello del mare saranno sempre più inefficaci e costose”. Il villaggio gallese di Fairbourne è destinato a essere sommerso e gli abitanti a spostarsi entro i prossimi trent’anni10. In Francia, secondo un rapporto di Ofxam11, ci sono stati 45.000 sfollati climatici solo nel 2022, anno caratterizzato da incendi devastanti. In particolare, due enormi fuochi nel dipartimento della Gironda hanno causato lo spostamento forzato di 38.000 persone tra il luglio e l’agosto di quell’anno.

Le persistenti ondate di calore, la siccità che colpisce ampie aree del Mediterraneo e riduce in modo consistente la redditività agricola, insieme all’incremento esponenziale degli eventi estremi, mostrano che gli effetti della crisi climatica possono pesare su territori che si credevano al riparo nel breve periodo, provocando conseguenze difficili da prevedere. A ben guardare, lo scenario evocato da “Qualcosa là fuori”, il romanzo di fantascienza distopica dello scrittore Bruno Arpaia12, che immagina schiere di rifugiati climatici in partenza dall’Italia diretti nel Nord Europa e bloccati da barriere di filo spinato e da guardie armate è forse meno lontano di quanto pensiamo. E i casi di Milon e di Rachid in fuga dal Sud-Est asiatico in preda ai tifoni, così come quello del tunisino Imed, potrebbero riguardarci molto più di quanto pensiamo.

8. https://www.svr-migration.de/en/press/svr-releases-2023-annual-report/

9. Forced to move: how to reduce climate migration to the UK, https://www.ukonward. com/reports/forced-to-move-climate-migration/

10. The UK ‘climate refugees’ who won’t leave, Bbc. 10 maggio 2022, https://www.bbc. com/future/article/20220506-the-uk-climate-refugees-who-wont-leave

11. https://www.oxfamfrance.org/climat-et-energie/refugies-climatiques-en-france/

12. Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016.

a cura di:
Stefano Liberti
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FIERI SEGNALA
IL RIFUGIATO CLIMATICO CHE NON SAPEVA DI ESSERLO. Protezione per i migranti ambientali? Il dibattito europeo
25 Giugno 2024
Caltanissetta, Italia, 2020/Francesco Bellina

Milon non pensava di essere un migrante climatico. Partito nel 2016 dopo essersi indebitato per affrontare il viaggio, questo ventenne del Bangladesh ha impiegato più di un anno ad arrivare in Italia. Ha seguito le orme di molti suoi connazionali: aereo per la Libia con scalo negli Emirati arabi, alcuni mesi di lavoro nel paese nordafricano e poi il barcone per Lampedusa. Una volta arrivato, ha presentato richiesta d’asilo. Ma se l’è vista respingere. Quando ha detto alla Commissione territoriale per la protezione internazionale che temeva vendette degli strozzini in caso di rimpatrio, gli è stato risposto che la motivazione non era abbastanza forte e non rientrava tra quelle elencate dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che regola il diritto d’asilo.

Milon sembrava il tipico caso di migrante economico, partito per sostenere la famiglia e finito stritolato in un circolo vizioso di debiti impossibili da risarcire. Ma poi il ragazzo ha mostrato all’avvocata che seguiva il suo caso un documento che ha cambiato il corso del suo procedimento e anche la sua vita. Era un certificato con cui il governo del Bangladesh riconosceva un piccolo sussidio alla famiglia in seguito ai danni provocati dall’alluvione che aveva spazzato via la casa e il pollaio. La partenza di Milon era stata determinata anche e soprattutto da quell’episodio: l’alluvione che aveva colpito la sua città d’origine aveva privato la sua famiglia dei pochi mezzi di sostentamento di cui disponeva. Il richiedente lo raccontava come un fatto accidentale, ma frequente: per chi vive a quelle latitudini, l’eventualità che un evento atmosferico estremo distrugga tutti i tuoi beni è tutt’altro che remota. Osservato il documento, l’avvocata Chiara Maiorano di Sulmona ha deciso di cambiare strategia e di impostare il ricorso al rigetto sulle motivazioni ambientali. “Il Bangladesh è un paese soggetto a persistenti alluvioni e tifoni, sempre più frequenti in seguito al surriscaldamento globale. Ed è così che abbiamo deciso di puntare sul fattore climatico”. Una decisione che si è mostrata vincente: il 18 febbraio 2018 il tribunale dell’Aquila ha accolto il ricorso e riconosciuto al ricorrente la protezione umanitaria. “La cosa interessante è che il Tribunale ha tenuto conto di vari report che avevamo allegato a sostegno della tesi che il Bangladesh è un paese particolarmente vulnerabile dal punto di vista climatico”1. Fra questi il report su “Crisi ambientali e migrazioni forzate”, redatto dall’associazione “A sud”2.

Quello di Milon non è stato il primo caso di riconoscimento della protezione internazionale per ragioni climatiche. Già nel 2015, c’era stato il caso di un migrante pakistano, Rachid, il cui ricorso era stato accolto dal Tribunale di Bologna per motivazioni analoghe. La storia è simile: nel 2013, un’alluvione aveva distrutto tutti i suoi averi, inondando i terreni che coltivava e uccidendo tutti gli animali che allevava. Ha così deciso di partire ed è arrivato, dopo un viaggio travagliato, in Italia. Qui ha seguito l’iter della richiesta d’asilo, che è stata respinta perché ritenuta infondata. Ma in sede di ricorso il suo legale, l’avvocata Alba Ferretti, ha fatto valere il fattore ambientale ed è riuscita a ottenere il riconoscimento della protezione speciale3.

Rachid, come anche Milon, era inconsapevole di essere un migrante per motivi climatici. Anche perché questa fattispecie non è espressamente regolamentata: tra le cause elencate dalla Convenzione di Ginevra non figura quella ambientale. Il testo, figlio della guerra fredda, prevede il riconoscimento del diritto d’asilo a chi teme di essere perseguitato nel paese d’origine per lo più per motivazioni razziali, politiche o religiose, o perché componente di un gruppo con una identità propria e distinta da quella maggioritaria (ad es. appartenente alla comunità queer). La motivazione ambientale non è espressamente contemplata neanche tra le cause che prevedono la cosiddetta protezione umanitaria o speciale4. Così tutti i casi che vengono riconosciuti come tali sono il risultato di ricorsi giudiziari, come quelli di Milon e di Rachid.

  1. Il caso è descritto nel dettaglio in Gilberto Mastromatteo, I primi rifugiati ambientali, RSI, 20 novembre 2020, https://www.rsi.ch/info/oltre-la-news/I-primi-rifugiati-ambien- tali–1235222.html
  2. A Sud, Cmca, “Crisi ambientale e migrazioni forzate – I° Ed. L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa”, 2016 https://asud.net/risorsa/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate/
  3. Il caso è ampiamente trattato in Francesca Rosignoli, Environmental Justice for Climate Refugees, Routledge, 2022, https://www.routledge.com/Environmental-Justice-for-Climate-Refugees/Rosignoli/p/book/9780367609450
  4. La protezione speciale, versione più restrittiva della preesistente “protezione umani- taria”, è una forma di protezione complementare all’asilo e alla protezione sussidiaria, introdotta in Italia per permettere ai migranti arrivati da contesti non di guerra aperta né di persecuzione individuale di poter restare legalmente nel paese. In vigore per decenni, è stata abolita nel 2018 dai cosiddetti “decreti sicurezza” dall’allora ministro degli interni Matteo Salvini, reintrodotta nel successivo governo con il decreto Lamorgese del 2020, e poi fortemente depotenziata dal cosiddetto decreto Cutro 20/2023. Si veda Maurizio Am- brosini, Cosa cambia dopo l’abolizione della protezione speciale, lavoce.info, 18/4/2023, https://lavoce.info/archives/100823/cosa-cambia-dopo-labolizione-della-protezione-speciale/.

La sentenza storica della Cassazione

Zarzis, Tunisia, 2021 / Francesco Bellina

A questo proposito, in Italia è particolarmente rilevante una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione nel febbraio 2021. A ricorrere alla Corte suprema era stato un cittadino del Delta del Niger, regione del Sud della Nigeria, in cui lo sfruttamento petrolifero ha prodotto rilevanti danni ambientali e sociali. L’uomo si era visto rigettare la domanda d’asilo sia dalla Commissione territoriale che dal Tribunale di Ancona, cui aveva fatto ricorso. Con l’ausilio dell’avvocato Michelangelo Giugni, ha quindi portato il caso in Cassazione. E i giudici della Corte suprema hanno stabilito che la richiesta del ricorrente era legittima, riconoscendo che in caso di disastri ambientali sia possibile ottenere la protezione umanitaria/speciale.

Accogliendo il ricorso, la Corte ha affermato che al giudice di merito spetta il compito di valutare la situazione nel paese di provenienza del richiedente, “con specifico riferimento al peculiare rischio per il diritto alla vita e all’esistenza dignitosa derivante dal degrado ambientale, dal cambiamento climatico o dallo sviluppo insostenibile dell’area”, allargando le fattispecie dei rischi per la vita rispetto a quelli tradizionalmente previsti dalla Convenzione di Ginevra. “Si è stabilito un principio di diritto a partire da un vuoto normativo”, sottolinea l’avvocato Giugni. “La Corte di legittimità ha inaugurato un nuovo orientamento giurisprudenziale che evidenzia la necessità di riconoscere l’esistenza dei migranti ambientali, per volgere l’attenzione a una gestione organizzata della migrazione, in vista di un fenomeno, quale il cambiamento climatico, suscettibile di provocare ondate migratorie importanti”.

Le proiezioni parlano di un aumento esponenziale del numero di migranti per fattori climatici da qui al 2050, con stime variabili tra i 250 milioni di persone a 1,2 miliardi5. In questo numero sono compresi gli sfollati interni, ossia quei migranti che si spostano da un’area di un paese a un’altra in cui le condizioni di vita sono migliori: dal momento che questi spostamenti all’interno dei paesi sono difficili da conteggiare e costituiscono al momento la maggioranza dei casi, appare particolarmente complesso sia scattare una fotografia del fenomeno che fare previsioni per il futuro6. Nonostante l’ampia forbice tra le varie stime, tutti gli studiosi e gli analisti concordano tuttavia che il fattore ambientale sarà sempre più un elemento alla base di scelte migratorie. Fra i paesi più esposti ci sono gli atolli del Pacifico, gli stati del sud-est asiatico come il Bangladesh e il Pakistan, la fascia del Sahel ma anche il bacino mediterraneo, che è uno degli hotspot della crisi climatica, cioè uno dei luoghi dove i mutamenti generati dal surriscaldamento globale sono più vistosi.

 

Palermo, Italia, 2017/Francesco Bellina.

Il numero di migranti climatici da paesi come la Tunisia e l’Egitto potrebbe aumentare sensibilmente. Si tratta di migrazioni di carattere multi-fattoriale, in cui l’elemento della degradazione ambientale provocata dal sovra-sfruttamento antropico o dalla manifestazione sempre più vistosa del surriscaldamento globale può essere lo stimolo primario a partire, ovvero produrre contesti di crisi sociale o politica suscettibili a loro volta di innescare progetti di migrazione, sia interna che internazionale.

È esemplare, da questo punto di vista, il caso del cittadino tunisino Imed Eddine Jemni, proveniente dalla città di Gabès, che è il primo richiedente asilo per ragioni ambientali in Italia proveniente da un paese dell’area mediterranea. Il caso, di cui avevamo già parlato qui7, è all’esame del Tribunale di Napoli a seguito del ricorso avverso la decisione di rigetto della Commissione territoriale di Caserta. L’avvocato che lo ha presentato, Jacopo Russo, ha fatto esplicito riferimento alla sentenza della Cassazione del 2021 nel tentativo di rovesciare il rigetto della sua richiesta d’asilo.

Come sottolinea Michelangelo Giugni, i tribunali ovviano a un buco normativo e svolgono una funzione che va in controcorrente rispetto alle restrizioni crescenti al diritto di asilo introdotte dal legislatore italiano. A partire dal 2008, il ministero degli interni, di concerto con quello degli esteri e della giustizia, pubblica periodicamente un decreto in cui elenca i cosiddetti “paesi terzi sicuri”, i cui cittadini sono molto limitati nella possibilità richiedere asilo politico. Nel nuovo elenco, pubblicato in gazzetta ufficiale il 7 maggio 2024, sono inseriti paesi come il Bangladesh e l’Egitto (oltre alla Tunisia che era già presente da tempo), che sono tra i principali stati d’origine dei migranti che arrivano in Italia e tra i paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica. Proprio a partire da questo elenco, richiedenti asilo come Imed Eddine Jemli si sono visti respingere la domanda di asilo in via accelerata.

Per quei cittadini stranieri, infatti, non vale la procedura ordinaria per la protezione internazionale, che prevede una serie di garanzie rispetto al diritto di difesa e la possibilità di essere regolari fino all’esito finale della domanda (in media ci vogliono due anni). Chi arriva da un paese classificato come “sicuro”, invece, è sottoposto a una procedura accelerata che ha tempi strettissimi sia per la Commissione territoriale, sia per l’eventuale ricorso davanti all’autorità giudiziaria. Questo non sospende l’espulsione: si può essere rimpatriati prima della sentenza.

Questo inasprimento normativo e le restrizioni sulla protezione speciale operate dal cd. decreto Cutro 20/2023 possono avere l’effetto paradossale di rendere più visibile il fenomeno della migrazione ambientale. E’ prevedibile che la sentenza della Cassazione del 2021 sarà sempre più addotta come fonte giurisprudenziale in sede di ricorso per sospendere l’espulsione e ottenere uno status di protezione. “Dal momento che il decreto Cutro rende più complesso l’ottenimento della protezione speciale per ragioni legate all’inserimento socio-lavorativo, non è escluso che molti ricorsi avverranno per ragioni ambientali, là dove queste motivazioni già rilevanti prima non erano avanzate perché era più semplice seguire l’altra strada”, conferma Giugni.

5. Sulle differenti stime si legga Simone Tagliapietra, Klaas Lenaerts, Climate migration: what do we really know?, Bruegel, 25 aprile 2022, https://www.bruegel.org/blog-post/cli- mate-migration-what-do-we-really-know

6. https://www.migrationdataportal.org/themes/environmental_migration_

and_statistics

7. https://fieri.it/en/profugo-dalloasi-morente-il-caso-gabes-e-il-dibattito-sulla-migrazio- ne-forzata-per-motivi-ambientali/

Il dibattito in Europa

Palermo, Italia, 2016/Francesco Bellina

Se in Italia il dibattito sui possibili migranti ambientali o climatici è a un livello embrionale, altrove è assai più sviluppato. Nell’ottobre 2023, il Consiglio di esperti su migrazione e integrazione, organismo indipendente incaricato di consigliare il governo tedesco, ha proposto nella sua relazione annuale di istituire un “passaporto climatico”, nonché una “mappa climatica” e un “visto climatico”, con periodi di accoglienza diversi. Tre strumenti che permetterebbero alla Germania di dare l’esempio a livello internazionale per “rispondere alla sfida della migrazione causata dai cambiamenti climatici”8.

Anche nel Regno Unito la discussione è all’ordine del giorno. Un think tank legato ai Tories, Onward, considera quella dei “migranti ambientali” una delle più rilevanti questioni dei nostri tempi. In un rapporto recente, l’organizzazione sottolinea come “nei prossimi decenni il degrado ambientale, i conflitti e la crescita demografica potrebbero innescare una tempesta perfetta in grado di produrre una migrazione climatica di massa”9. Gli estensori del rapporto indicano che il paese deve prepararsi a questa eventualità e agire cercando di sostenere iniziative di adattamento all’estero per ridurre la possibilità di flussi migratori.

I due approcci sembrano antitetici: il primo è basato su un principio di giustizia ambientale, il secondo sull’idea di trovare una soluzione pratica a un problema che altrimenti è destinato a esplodere. Entrambi partono da un assunto: che l’Europa verrà investita sempre di più da flussi migratori provenienti dall’esterno provocati in parte o in toto da ragioni ambientali o climatiche. Ma cosa avverrà se questi movimenti saranno intra-europei? Cosa accadrà se, come alcuni modelli predittivi indicano, ampie aree dell’Europa meridionale o vaste zone costiere di tutto il continente diventeranno inabitabili? Nel Regno Unito c’è già il primo caso di comunità invitata ad abbandonare le proprie case per una ricollocazione “perché le misure di contenimento dell’innalzamento del livello del mare saranno sempre più inefficaci e costose”. Il villaggio gallese di Fairbourne è destinato a essere sommerso e gli abitanti a spostarsi entro i prossimi trent’anni10. In Francia, secondo un rapporto di Ofxam11, ci sono stati 45.000 sfollati climatici solo nel 2022, anno caratterizzato da incendi devastanti. In particolare, due enormi fuochi nel dipartimento della Gironda hanno causato lo spostamento forzato di 38.000 persone tra il luglio e l’agosto di quell’anno.

Le persistenti ondate di calore, la siccità che colpisce ampie aree del Mediterraneo e riduce in modo consistente la redditività agricola, insieme all’incremento esponenziale degli eventi estremi, mostrano che gli effetti della crisi climatica possono pesare su territori che si credevano al riparo nel breve periodo, provocando conseguenze difficili da prevedere. A ben guardare, lo scenario evocato da “Qualcosa là fuori”, il romanzo di fantascienza distopica dello scrittore Bruno Arpaia12, che immagina schiere di rifugiati climatici in partenza dall’Italia diretti nel Nord Europa e bloccati da barriere di filo spinato e da guardie armate è forse meno lontano di quanto pensiamo. E i casi di Milon e di Rachid in fuga dal Sud-Est asiatico in preda ai tifoni, così come quello del tunisino Imed, potrebbero riguardarci molto più di quanto pensiamo.

8. https://www.svr-migration.de/en/press/svr-releases-2023-annual-report/

9. Forced to move: how to reduce climate migration to the UK, https://www.ukonward. com/reports/forced-to-move-climate-migration/

10. The UK ‘climate refugees’ who won’t leave, Bbc. 10 maggio 2022, https://www.bbc. com/future/article/20220506-the-uk-climate-refugees-who-wont-leave

11. https://www.oxfamfrance.org/climat-et-energie/refugies-climatiques-en-france/

12. Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016.

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Stefano Liberti
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