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Percorsi ibridi e posizionamento sul campo: riflessioni a partire da un’etnografia
30 August 2023

Questo contributo vuole essere una riflessione sul percorso di posizionamento del ricercatore impegnato nello studio delle migrazioni[1]. A partire dalla mia personale esperienza come giovane ricercatrice italo-senegalese, queste note mirano a illustrare la multidimensionalità che accompagna il percorso di posizionamento degli studiosi con un retroterra migratorio impegnati in un’etnografia presso le proprie comunità di origine. Le ambivalenze che emergono durante il fieldwork in relazione all’identità sul campo e la mutevolezza del percorso di posizionamento dimostrano come quest’ultimo non segua la dicotomia insider/outsider, bensì, si articoli lungo un continuum ben più fluido e dinamico.

Una breve premessa teorica

Nel corso degli ultimi trent’anni, si è rafforzata in seno ai cosiddetti migration studies la percezione della necessità di interrogare le dimensioni epistemologiche della ricerca e della produzione del sapere scientifico. In questa prospettiva, sono fiorite riflessioni che invitano lo scienziato sociale a una maggiore consapevolezza del sé all’interno del lavoro sul campo e nei processi di costruzione della conoscenza (Lo Cascio, Rinaldi, 2015). Si tratta, quindi, di stimolare nello studioso quella tensione riflessiva attraverso cui cogliere le specificità del proprio posizionamento durante i molteplici momenti della ricerca. Si sono dunque imposti temi di ricerca quali la natura della relazione con i soggetti coinvolti, condizionata tanto dalle differenti dotazioni di risorse e di potere tra ricercatore e partecipanti quanto dall’interazione tra una pluralità di categorie sociali (Carling et al., 2014), le conseguenti implicazioni sui processi di valutazione e interpretazione dei dati raccolti e, infine, gli effetti generati dalla restituzione e divulgazione della produzione scientifica (Isofides, 2018). A tal proposito, in contrapposizione al cosiddetto nazionalismo metodologico (Wimmer, Glick Schiller, 2003) – il cui orientamento colloca l’appartenenza etno-nazionale al vertice del processo di definizione dell’identità e delle relazioni sociali – la letteratura più recente evidenzia l’eterogeneità degli elementi che colorano l’incontro tra lo studioso e i soggetti della ricerca (Carling et al., 2014). Al cuore delle riflessioni si situano, quindi, tanto l’appartenenza etno-nazionale quanto la “razza”, il genere, la sessualità, la classe sociale e le differenze generazionali (Carling et al., 2014; Lo Cascio, Rinaldi, 2015). A essere esplorate sono, in particolare, le risultanti generate dall’interazione tra queste dimensioni all’interno del dialogo tra diverse soggettività e, di conseguenza, in seno al percorso di posizionamento e riflessività dello studioso. A tal riguardo, numerosi studi si distanziano dalla prospettiva tendente a esplorare il posizionamento dello scienziato sociale attraverso la categorizzazione polarizzante e dicotomica che vicendevolmente oppone lo status di outsider a quello di insider – la cui differenza risiede nell’estraneità o nella condivisa appartenenza etno-nazionale alla popolazione migrante in esame. Piuttosto, essi rilevano come questo sia soggetto a frequenti metamorfosi e ibridazioni anche all’interno del medesimo fieldwork (Baser, Toivanen, 2018; Carling et al., 2014). La fluidità e la mutevolezza che caratterizzano il percorso di posizionamento si mostrano in maniera dirompente quando le etnografie sono condotte da ricercatori con retroterra migratorio presso le proprie comunità di origine. Allorché la distanza tra chi conduce e chi partecipa alla ricerca si riduce – senza tuttavia annullarsi interamente – , i confini tra insider e outsider si ridefiniscono e complessificano, molteplici elementi di ambiguità emergono nell’incontro con l’Altro e nuove sfumature tinteggiano il percorso di posizionamento e riflessività dello studioso.

Un ingresso mediato sul campo

Quando qualche mese fa ripercorrevo la letteratura sulla presenza senegalese in Italia, mi sono più volte confrontata con gli studi dedicati alla dimensione religiosa che la contraddistingue. Così, mentre leggevo il noto volume di Ottavia Schmidt di Friedberg sulla posizione e sulle funzioni della confraternita della muridiyya in contesto di migrazione (Schmidt di Friedberg, 1994), ho fatto esperienza della testimonianza che segue:

Io ogni tanto telefono al mio capo religioso perché io l’ho come mio padre, perché lui mi dà sempre un consiglio, mi parla sempre di fare atti buoni, mi aiuta […]…perché (…) una persona non può andare sempre avanti senza essere giù, in crisi, e io ci sono alcuni giorni che magari non mi sento tanto bene, che io ho dei problemi e….magari devo cambiare, o ci sono delle cose lì giù [in Senegal] che secondo me non vanno bene…allora ci sentiamo [con il marabutto], allora troviamo delle soluzioni. (Intervista, B. D., senegalese, Milano, 1990). (Schmidt di Friedberg, 1994, p. 101).

Questo estratto, oltre a evidenziare come l’esperienza migratoria sia alle volte attraversata da momenti di sconforto e a rivelare l’importanza che i legami transnazionali rivestono per il migrante che si confronta con la multidimensionalità delle difficoltà della migrazione, si intreccia intensamente con la mia storia di vita. Agendo su un duplice livello – accademico e personale – le parole riportate poco sopra illustrano alcuni degli oggetti di ricerca esplorati nel contesto dello studio che conduco sulla gestione della fragilità e della sofferenza psichica in contesto di migrazione presso la popolazione senegalese Wolof e Lébou e, insieme, ripercorrono una dimensione essenziale del mio vissuto familiare, giacché esse sono da attribuirsi a mio padre, intervistato dall’autrice nel 1990. La migrazione, quindi, non rappresenta esclusivamente l’oggetto privilegiato dei miei interessi scientifici, ma altresì un elemento profondamente iscritto nella mia storia di vita. Essere figlia di un migrante senegalese e condurre un’etnografia presso la popolazione alla quale mio padre e io – seppur con sfumature indubbiamente differenti – apparteniamo ha inevitabilmente condizionato tanto l’accesso quanto lo svolgimento del fieldwork. In una qualche misura, il mio ingresso sul campo ricorda l’etnografia condotta tra il 1978 e il 1980 dalla nota antropologa Lila Abu-Lughod presso gli Awlad ‘Ali, beduini del deserto egiziano occidentale. Nel capitolo che apre il volume Veiled Sentiments. Honor and Poetry in a Bedouin Society, l’autrice racconta come l’accesso al campo di ricerca sia stato mediato dal padre – le cui nobili origini e il cui intervento hanno garantito alla studiosa un’accoglienza calorosa presso la comunità e reso conseguentemente possibile lo svolgimento della ricerca (Abu-Lughod, 1986). Similmente, anche il mio ingresso sul campo è stato condizionato dalla mediazione di mio padre, o meglio, di una molteplicità di padri. Quando l’oggetto di ricerca si è delineato in maniera chiara e definitiva, molti parenti e amici di origine senegalese si sono resi disponibili per condividere le proprie riflessioni in merito e, soprattutto, per facilitare l’incontro con altri soggetti, stimolando così la nascita e lo sviluppo di un network all’interno del quale svolgere l’etnografia. In numerose occasioni, specialmente durante i primi momenti della ricerca, sono stata dunque introdotta alla conoscenza di nuovi individui attraverso una piccola rete familiare e amicale, i cui componenti mi presentavano frequentemente con l’espressione wolof «Yassin sama domm la», letteralmente «Yassin è mia figlia», sottolineando, quindi, anche di fronte a coloro per i quali ero sconosciuta fino a pochi istanti prima, la natura della relazione che, realmente o metaforicamente, ci univa. Se all’interno del fieldwork condotto da Abu-Lughod, lo statuto di figlia adottiva (Abu-Lughod, 1986, p. 15) ha esposto la studiosa a un complicato intreccio di restrizioni, obbligazioni, protezioni e aperture inaspettate – tra cui, in particolare, la possibilità di accedere con relativa facilità all’intimità del mondo femminile -, nella mia esperienza etnografica esso ha agevolato l’ingresso sul campo e plasmato, in una qualche misura, le relazioni che si stabilivano. In virtù della mia speciale “entratura”, se da una parte si andavano moltiplicando le possibilità di incontro e riflessione con coloro i quali accettavano di partecipare alla ricerca, dall’altra emergeva il rischio di essere eccessivamente identificata con le figure che, anche indirettamente, mi avevano introdotta sul campo e, dunque, di raccogliere delle testimonianze potenzialmente condizionate da relazioni preesistenti. Si è trattato, quindi, di dotare il percorso di ricerca di un impegno costante volto alla costruzione, con ciascun interlocutore, di una relazione autonoma e beneficiaria della necessaria fiducia.

Tutte le facce della mia identità di ricercatrice

La mediazione di mio padre e di una piccola rete amicale durante i primi momenti del fieldwork non rappresentava l’unica dimensione della mia identità sul campo. Tra quelle in gioco, figurava indubbiamente il mio retroterra migratorio. Godere di un simile background si è rivelato essere un elemento particolarmente prezioso durante l’intero svolgimento della ricerca sul campo. Anzitutto, la consapevolezza che negli anni ho maturato rispetto alla complessità dell’esperienza migratoria a partire dall’ascolto delle testimonianze di mio padre e di tanti altri migranti di cui ho fatto conoscenza, ha permesso di avvicinarmi con maggiore profondità alle storie di vita raccontatemi dai soggetti che incontravo. Inoltre, il riconoscimento della migrazione come elemento costitutivo della mia storia familiare da parte degli interlocutori e la conseguente possibilità di condividere ciascuno le proprie esperienze e riflessioni in merito, hanno sensibilmente contribuito allo sviluppo di un dialogo vivace e di una relazione di fiducia e comprensione reciproca. Assai più complessa è stata la percezione della mia identità come giovane donna italo-senegalese. L’ambiguità che ha accompagnato la mia posizione lungo l’intero svolgimento del fieldwork si manifesta pienamente nell’esclamazione pronunciata da un giovane migrante senegalese durante un pomeriggio trascorso insieme «Ma allora conosci moltissimi aspetti della nostra cultura! Visto che è così, devo assolutamente raccontarti la mia storia!». Le parole di sorpresa espresse dal giovane di fronte a una conoscenza inaspettata rivelano come il riconoscimento come membro del gruppo non sia un’evidenza. In molteplici occasioni ho percepito la stessa incertezza e difficoltà nel tratteggiare la mia posizione: espressioni come «Noi senegalesi siamo diversi rispetto a voi, rispetto a loro…» o «Ormai stai diventando una vera senegalese!» dimostrano, infatti, come la mia identità oscilli tra l’appartenenza e l’esclusione. Pertanto, la mia storia familiare e la somiglianza di percorsi tra mio padre e i migranti intervistati rappresentano indubbiamente gli elementi che – specialmente in un primo momento – hanno agevolato  l’incontro e il dialogo con gli interlocutori e contribuito a ridurre la distanza tra le esperienze di vita. Al pari delle origini e del retroterra migratorio, altrettanto rilevante è stata la mia nerezza. Questo aspetto ha permesso di discutere, a partire da un’esperienza comune, i temi del razzismo e delle discriminazioni razziali e, quindi, di costruire uno spazio di incontro tra le nostre storie di vita. Sebbene gli elementi evidenziati sino a ora abbiano notevolmente contribuito a facilitare la condivisione di profonde riflessioni sui temi oggetto della ricerca tra me e i partecipanti, alcune dimensioni del mio percorso hanno segnato la distanza che, ciò nonostante, in una qualche misura persiste. Essere nata e cresciuta in Italia, avere una madre italiana bianca e non parlare fluentemente il wolof mi hanno precluso la possibilità di essere pienamente considerata come un membro del gruppo, spingendomi così in una zona ibrida all’interno della quale non si è né completamente estranei né interamente partecipi. Spero che queste mie note dimostrino quanto il concetto di appartenenza sia mobile e, insieme, restituiscano la multidimensionalità del posizionamento che può accompagnare i ricercatori con retroterra migratorio impegnati in un’etnografia presso le proprie comunità di origine. Quando i confini tra la propria ricerca e la propria storia vita sfumano, l’inadeguatezza della dicotomia insider/outsider in relazione alla definizione del percorso di posizionamento sul campo emerge prepotentemente, insieme alla dinamicità e ambivalenza, che, al contrario, lo contraddistinguono.

Riferimenti bibliografici

Abu-Lughod L., Veiled Sentiments. Honor and Poetry in a Bedouin Society, Berkley: University of California Press, 1986.

Baser B., Toivanen M., “Politicized and Depoliticized Ethnicities, Power Relations and Temporality: Insights to Outsider Research from Comparative and Transnational Fieldwork”, in Ethnic and Racial Studies, vol. 41, no. 11, pp. 2067-2084.

Carling J., Erdal M.B., Ezzati R., “Beyond the insider-outsider divide in migration research”, in Migration Studies, Volume 2, Issue 1, 2014, pp. 36-54.

Isofides T., “Epistemological Issues in Qualitative Migration Research: Self-Reflexivity, Objectivity and Subjectivity”, in R. Zapata-Barrero, E. Yalaz (eds.), Qualitative Research in European Migration Studies, IMISCOE Research Series, pp. 93-109.

Lo Cascio M., Rinaldi C., “Il desiderio di “sfruttarsi”. Riflessioni epistemologiche su posizionamento, lavoro emozionale e riflessività nell’incontro tra ricercatori e (s)oggetti di ricerca”, in Pirrone M. A. (a cura di) Mitologia dell’integrazione in Sicilia. Questioni teoriche e casi empirici, Mimesis Edizioni, 2015, pp. 93-122.

Schmidt di Friedberg O., Islam, solidarietà e lavoro. I muridi senegalesi in Italia, Fondazione G. Agnelli, Torino, 1994.

Wimmer A., Glick Schiller N., “Methodological Nationalism, the Social Sciences and the Study of Migrations: An Essay in Historical Epistemology”, in International Migration Review, 37/3, 2003, pp. 576 -610.


[1]Si tratta di una riflessione sviluppatasi nell’ambito della borsa di formazione alla ricerca sociale MIGRICERCA promossa da FIERI con il sostegno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

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Percorsi ibridi e posizionamento sul campo: riflessioni a partire da un’etnografia
30 August 2023

Questo contributo vuole essere una riflessione sul percorso di posizionamento del ricercatore impegnato nello studio delle migrazioni[1]. A partire dalla mia personale esperienza come giovane ricercatrice italo-senegalese, queste note mirano a illustrare la multidimensionalità che accompagna il percorso di posizionamento degli studiosi con un retroterra migratorio impegnati in un’etnografia presso le proprie comunità di origine. Le ambivalenze che emergono durante il fieldwork in relazione all’identità sul campo e la mutevolezza del percorso di posizionamento dimostrano come quest’ultimo non segua la dicotomia insider/outsider, bensì, si articoli lungo un continuum ben più fluido e dinamico.

Una breve premessa teorica

Nel corso degli ultimi trent’anni, si è rafforzata in seno ai cosiddetti migration studies la percezione della necessità di interrogare le dimensioni epistemologiche della ricerca e della produzione del sapere scientifico. In questa prospettiva, sono fiorite riflessioni che invitano lo scienziato sociale a una maggiore consapevolezza del sé all’interno del lavoro sul campo e nei processi di costruzione della conoscenza (Lo Cascio, Rinaldi, 2015). Si tratta, quindi, di stimolare nello studioso quella tensione riflessiva attraverso cui cogliere le specificità del proprio posizionamento durante i molteplici momenti della ricerca. Si sono dunque imposti temi di ricerca quali la natura della relazione con i soggetti coinvolti, condizionata tanto dalle differenti dotazioni di risorse e di potere tra ricercatore e partecipanti quanto dall’interazione tra una pluralità di categorie sociali (Carling et al., 2014), le conseguenti implicazioni sui processi di valutazione e interpretazione dei dati raccolti e, infine, gli effetti generati dalla restituzione e divulgazione della produzione scientifica (Isofides, 2018). A tal proposito, in contrapposizione al cosiddetto nazionalismo metodologico (Wimmer, Glick Schiller, 2003) – il cui orientamento colloca l’appartenenza etno-nazionale al vertice del processo di definizione dell’identità e delle relazioni sociali – la letteratura più recente evidenzia l’eterogeneità degli elementi che colorano l’incontro tra lo studioso e i soggetti della ricerca (Carling et al., 2014). Al cuore delle riflessioni si situano, quindi, tanto l’appartenenza etno-nazionale quanto la “razza”, il genere, la sessualità, la classe sociale e le differenze generazionali (Carling et al., 2014; Lo Cascio, Rinaldi, 2015). A essere esplorate sono, in particolare, le risultanti generate dall’interazione tra queste dimensioni all’interno del dialogo tra diverse soggettività e, di conseguenza, in seno al percorso di posizionamento e riflessività dello studioso. A tal riguardo, numerosi studi si distanziano dalla prospettiva tendente a esplorare il posizionamento dello scienziato sociale attraverso la categorizzazione polarizzante e dicotomica che vicendevolmente oppone lo status di outsider a quello di insider – la cui differenza risiede nell’estraneità o nella condivisa appartenenza etno-nazionale alla popolazione migrante in esame. Piuttosto, essi rilevano come questo sia soggetto a frequenti metamorfosi e ibridazioni anche all’interno del medesimo fieldwork (Baser, Toivanen, 2018; Carling et al., 2014). La fluidità e la mutevolezza che caratterizzano il percorso di posizionamento si mostrano in maniera dirompente quando le etnografie sono condotte da ricercatori con retroterra migratorio presso le proprie comunità di origine. Allorché la distanza tra chi conduce e chi partecipa alla ricerca si riduce – senza tuttavia annullarsi interamente – , i confini tra insider e outsider si ridefiniscono e complessificano, molteplici elementi di ambiguità emergono nell’incontro con l’Altro e nuove sfumature tinteggiano il percorso di posizionamento e riflessività dello studioso.

Un ingresso mediato sul campo

Quando qualche mese fa ripercorrevo la letteratura sulla presenza senegalese in Italia, mi sono più volte confrontata con gli studi dedicati alla dimensione religiosa che la contraddistingue. Così, mentre leggevo il noto volume di Ottavia Schmidt di Friedberg sulla posizione e sulle funzioni della confraternita della muridiyya in contesto di migrazione (Schmidt di Friedberg, 1994), ho fatto esperienza della testimonianza che segue:

Io ogni tanto telefono al mio capo religioso perché io l’ho come mio padre, perché lui mi dà sempre un consiglio, mi parla sempre di fare atti buoni, mi aiuta […]…perché (…) una persona non può andare sempre avanti senza essere giù, in crisi, e io ci sono alcuni giorni che magari non mi sento tanto bene, che io ho dei problemi e….magari devo cambiare, o ci sono delle cose lì giù [in Senegal] che secondo me non vanno bene…allora ci sentiamo [con il marabutto], allora troviamo delle soluzioni. (Intervista, B. D., senegalese, Milano, 1990). (Schmidt di Friedberg, 1994, p. 101).

Questo estratto, oltre a evidenziare come l’esperienza migratoria sia alle volte attraversata da momenti di sconforto e a rivelare l’importanza che i legami transnazionali rivestono per il migrante che si confronta con la multidimensionalità delle difficoltà della migrazione, si intreccia intensamente con la mia storia di vita. Agendo su un duplice livello – accademico e personale – le parole riportate poco sopra illustrano alcuni degli oggetti di ricerca esplorati nel contesto dello studio che conduco sulla gestione della fragilità e della sofferenza psichica in contesto di migrazione presso la popolazione senegalese Wolof e Lébou e, insieme, ripercorrono una dimensione essenziale del mio vissuto familiare, giacché esse sono da attribuirsi a mio padre, intervistato dall’autrice nel 1990. La migrazione, quindi, non rappresenta esclusivamente l’oggetto privilegiato dei miei interessi scientifici, ma altresì un elemento profondamente iscritto nella mia storia di vita. Essere figlia di un migrante senegalese e condurre un’etnografia presso la popolazione alla quale mio padre e io – seppur con sfumature indubbiamente differenti – apparteniamo ha inevitabilmente condizionato tanto l’accesso quanto lo svolgimento del fieldwork. In una qualche misura, il mio ingresso sul campo ricorda l’etnografia condotta tra il 1978 e il 1980 dalla nota antropologa Lila Abu-Lughod presso gli Awlad ‘Ali, beduini del deserto egiziano occidentale. Nel capitolo che apre il volume Veiled Sentiments. Honor and Poetry in a Bedouin Society, l’autrice racconta come l’accesso al campo di ricerca sia stato mediato dal padre – le cui nobili origini e il cui intervento hanno garantito alla studiosa un’accoglienza calorosa presso la comunità e reso conseguentemente possibile lo svolgimento della ricerca (Abu-Lughod, 1986). Similmente, anche il mio ingresso sul campo è stato condizionato dalla mediazione di mio padre, o meglio, di una molteplicità di padri. Quando l’oggetto di ricerca si è delineato in maniera chiara e definitiva, molti parenti e amici di origine senegalese si sono resi disponibili per condividere le proprie riflessioni in merito e, soprattutto, per facilitare l’incontro con altri soggetti, stimolando così la nascita e lo sviluppo di un network all’interno del quale svolgere l’etnografia. In numerose occasioni, specialmente durante i primi momenti della ricerca, sono stata dunque introdotta alla conoscenza di nuovi individui attraverso una piccola rete familiare e amicale, i cui componenti mi presentavano frequentemente con l’espressione wolof «Yassin sama domm la», letteralmente «Yassin è mia figlia», sottolineando, quindi, anche di fronte a coloro per i quali ero sconosciuta fino a pochi istanti prima, la natura della relazione che, realmente o metaforicamente, ci univa. Se all’interno del fieldwork condotto da Abu-Lughod, lo statuto di figlia adottiva (Abu-Lughod, 1986, p. 15) ha esposto la studiosa a un complicato intreccio di restrizioni, obbligazioni, protezioni e aperture inaspettate – tra cui, in particolare, la possibilità di accedere con relativa facilità all’intimità del mondo femminile -, nella mia esperienza etnografica esso ha agevolato l’ingresso sul campo e plasmato, in una qualche misura, le relazioni che si stabilivano. In virtù della mia speciale “entratura”, se da una parte si andavano moltiplicando le possibilità di incontro e riflessione con coloro i quali accettavano di partecipare alla ricerca, dall’altra emergeva il rischio di essere eccessivamente identificata con le figure che, anche indirettamente, mi avevano introdotta sul campo e, dunque, di raccogliere delle testimonianze potenzialmente condizionate da relazioni preesistenti. Si è trattato, quindi, di dotare il percorso di ricerca di un impegno costante volto alla costruzione, con ciascun interlocutore, di una relazione autonoma e beneficiaria della necessaria fiducia.

Tutte le facce della mia identità di ricercatrice

La mediazione di mio padre e di una piccola rete amicale durante i primi momenti del fieldwork non rappresentava l’unica dimensione della mia identità sul campo. Tra quelle in gioco, figurava indubbiamente il mio retroterra migratorio. Godere di un simile background si è rivelato essere un elemento particolarmente prezioso durante l’intero svolgimento della ricerca sul campo. Anzitutto, la consapevolezza che negli anni ho maturato rispetto alla complessità dell’esperienza migratoria a partire dall’ascolto delle testimonianze di mio padre e di tanti altri migranti di cui ho fatto conoscenza, ha permesso di avvicinarmi con maggiore profondità alle storie di vita raccontatemi dai soggetti che incontravo. Inoltre, il riconoscimento della migrazione come elemento costitutivo della mia storia familiare da parte degli interlocutori e la conseguente possibilità di condividere ciascuno le proprie esperienze e riflessioni in merito, hanno sensibilmente contribuito allo sviluppo di un dialogo vivace e di una relazione di fiducia e comprensione reciproca. Assai più complessa è stata la percezione della mia identità come giovane donna italo-senegalese. L’ambiguità che ha accompagnato la mia posizione lungo l’intero svolgimento del fieldwork si manifesta pienamente nell’esclamazione pronunciata da un giovane migrante senegalese durante un pomeriggio trascorso insieme «Ma allora conosci moltissimi aspetti della nostra cultura! Visto che è così, devo assolutamente raccontarti la mia storia!». Le parole di sorpresa espresse dal giovane di fronte a una conoscenza inaspettata rivelano come il riconoscimento come membro del gruppo non sia un’evidenza. In molteplici occasioni ho percepito la stessa incertezza e difficoltà nel tratteggiare la mia posizione: espressioni come «Noi senegalesi siamo diversi rispetto a voi, rispetto a loro…» o «Ormai stai diventando una vera senegalese!» dimostrano, infatti, come la mia identità oscilli tra l’appartenenza e l’esclusione. Pertanto, la mia storia familiare e la somiglianza di percorsi tra mio padre e i migranti intervistati rappresentano indubbiamente gli elementi che – specialmente in un primo momento – hanno agevolato  l’incontro e il dialogo con gli interlocutori e contribuito a ridurre la distanza tra le esperienze di vita. Al pari delle origini e del retroterra migratorio, altrettanto rilevante è stata la mia nerezza. Questo aspetto ha permesso di discutere, a partire da un’esperienza comune, i temi del razzismo e delle discriminazioni razziali e, quindi, di costruire uno spazio di incontro tra le nostre storie di vita. Sebbene gli elementi evidenziati sino a ora abbiano notevolmente contribuito a facilitare la condivisione di profonde riflessioni sui temi oggetto della ricerca tra me e i partecipanti, alcune dimensioni del mio percorso hanno segnato la distanza che, ciò nonostante, in una qualche misura persiste. Essere nata e cresciuta in Italia, avere una madre italiana bianca e non parlare fluentemente il wolof mi hanno precluso la possibilità di essere pienamente considerata come un membro del gruppo, spingendomi così in una zona ibrida all’interno della quale non si è né completamente estranei né interamente partecipi. Spero che queste mie note dimostrino quanto il concetto di appartenenza sia mobile e, insieme, restituiscano la multidimensionalità del posizionamento che può accompagnare i ricercatori con retroterra migratorio impegnati in un’etnografia presso le proprie comunità di origine. Quando i confini tra la propria ricerca e la propria storia vita sfumano, l’inadeguatezza della dicotomia insider/outsider in relazione alla definizione del percorso di posizionamento sul campo emerge prepotentemente, insieme alla dinamicità e ambivalenza, che, al contrario, lo contraddistinguono.

Riferimenti bibliografici

Abu-Lughod L., Veiled Sentiments. Honor and Poetry in a Bedouin Society, Berkley: University of California Press, 1986.

Baser B., Toivanen M., “Politicized and Depoliticized Ethnicities, Power Relations and Temporality: Insights to Outsider Research from Comparative and Transnational Fieldwork”, in Ethnic and Racial Studies, vol. 41, no. 11, pp. 2067-2084.

Carling J., Erdal M.B., Ezzati R., “Beyond the insider-outsider divide in migration research”, in Migration Studies, Volume 2, Issue 1, 2014, pp. 36-54.

Isofides T., “Epistemological Issues in Qualitative Migration Research: Self-Reflexivity, Objectivity and Subjectivity”, in R. Zapata-Barrero, E. Yalaz (eds.), Qualitative Research in European Migration Studies, IMISCOE Research Series, pp. 93-109.

Lo Cascio M., Rinaldi C., “Il desiderio di “sfruttarsi”. Riflessioni epistemologiche su posizionamento, lavoro emozionale e riflessività nell’incontro tra ricercatori e (s)oggetti di ricerca”, in Pirrone M. A. (a cura di) Mitologia dell’integrazione in Sicilia. Questioni teoriche e casi empirici, Mimesis Edizioni, 2015, pp. 93-122.

Schmidt di Friedberg O., Islam, solidarietà e lavoro. I muridi senegalesi in Italia, Fondazione G. Agnelli, Torino, 1994.

Wimmer A., Glick Schiller N., “Methodological Nationalism, the Social Sciences and the Study of Migrations: An Essay in Historical Epistemology”, in International Migration Review, 37/3, 2003, pp. 576 -610.


[1]Si tratta di una riflessione sviluppatasi nell’ambito della borsa di formazione alla ricerca sociale MIGRICERCA promossa da FIERI con il sostegno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

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Percorsi ibridi e posizionamento sul campo: riflessioni a partire da un’etnografia
30 August 2023

Questo contributo vuole essere una riflessione sul percorso di posizionamento del ricercatore impegnato nello studio delle migrazioni[1]. A partire dalla mia personale esperienza come giovane ricercatrice italo-senegalese, queste note mirano a illustrare la multidimensionalità che accompagna il percorso di posizionamento degli studiosi con un retroterra migratorio impegnati in un’etnografia presso le proprie comunità di origine. Le ambivalenze che emergono durante il fieldwork in relazione all’identità sul campo e la mutevolezza del percorso di posizionamento dimostrano come quest’ultimo non segua la dicotomia insider/outsider, bensì, si articoli lungo un continuum ben più fluido e dinamico.

Una breve premessa teorica

Nel corso degli ultimi trent’anni, si è rafforzata in seno ai cosiddetti migration studies la percezione della necessità di interrogare le dimensioni epistemologiche della ricerca e della produzione del sapere scientifico. In questa prospettiva, sono fiorite riflessioni che invitano lo scienziato sociale a una maggiore consapevolezza del sé all’interno del lavoro sul campo e nei processi di costruzione della conoscenza (Lo Cascio, Rinaldi, 2015). Si tratta, quindi, di stimolare nello studioso quella tensione riflessiva attraverso cui cogliere le specificità del proprio posizionamento durante i molteplici momenti della ricerca. Si sono dunque imposti temi di ricerca quali la natura della relazione con i soggetti coinvolti, condizionata tanto dalle differenti dotazioni di risorse e di potere tra ricercatore e partecipanti quanto dall’interazione tra una pluralità di categorie sociali (Carling et al., 2014), le conseguenti implicazioni sui processi di valutazione e interpretazione dei dati raccolti e, infine, gli effetti generati dalla restituzione e divulgazione della produzione scientifica (Isofides, 2018). A tal proposito, in contrapposizione al cosiddetto nazionalismo metodologico (Wimmer, Glick Schiller, 2003) – il cui orientamento colloca l’appartenenza etno-nazionale al vertice del processo di definizione dell’identità e delle relazioni sociali – la letteratura più recente evidenzia l’eterogeneità degli elementi che colorano l’incontro tra lo studioso e i soggetti della ricerca (Carling et al., 2014). Al cuore delle riflessioni si situano, quindi, tanto l’appartenenza etno-nazionale quanto la “razza”, il genere, la sessualità, la classe sociale e le differenze generazionali (Carling et al., 2014; Lo Cascio, Rinaldi, 2015). A essere esplorate sono, in particolare, le risultanti generate dall’interazione tra queste dimensioni all’interno del dialogo tra diverse soggettività e, di conseguenza, in seno al percorso di posizionamento e riflessività dello studioso. A tal riguardo, numerosi studi si distanziano dalla prospettiva tendente a esplorare il posizionamento dello scienziato sociale attraverso la categorizzazione polarizzante e dicotomica che vicendevolmente oppone lo status di outsider a quello di insider – la cui differenza risiede nell’estraneità o nella condivisa appartenenza etno-nazionale alla popolazione migrante in esame. Piuttosto, essi rilevano come questo sia soggetto a frequenti metamorfosi e ibridazioni anche all’interno del medesimo fieldwork (Baser, Toivanen, 2018; Carling et al., 2014). La fluidità e la mutevolezza che caratterizzano il percorso di posizionamento si mostrano in maniera dirompente quando le etnografie sono condotte da ricercatori con retroterra migratorio presso le proprie comunità di origine. Allorché la distanza tra chi conduce e chi partecipa alla ricerca si riduce – senza tuttavia annullarsi interamente – , i confini tra insider e outsider si ridefiniscono e complessificano, molteplici elementi di ambiguità emergono nell’incontro con l’Altro e nuove sfumature tinteggiano il percorso di posizionamento e riflessività dello studioso.

Un ingresso mediato sul campo

Quando qualche mese fa ripercorrevo la letteratura sulla presenza senegalese in Italia, mi sono più volte confrontata con gli studi dedicati alla dimensione religiosa che la contraddistingue. Così, mentre leggevo il noto volume di Ottavia Schmidt di Friedberg sulla posizione e sulle funzioni della confraternita della muridiyya in contesto di migrazione (Schmidt di Friedberg, 1994), ho fatto esperienza della testimonianza che segue:

Io ogni tanto telefono al mio capo religioso perché io l’ho come mio padre, perché lui mi dà sempre un consiglio, mi parla sempre di fare atti buoni, mi aiuta […]…perché (…) una persona non può andare sempre avanti senza essere giù, in crisi, e io ci sono alcuni giorni che magari non mi sento tanto bene, che io ho dei problemi e….magari devo cambiare, o ci sono delle cose lì giù [in Senegal] che secondo me non vanno bene…allora ci sentiamo [con il marabutto], allora troviamo delle soluzioni. (Intervista, B. D., senegalese, Milano, 1990). (Schmidt di Friedberg, 1994, p. 101).

Questo estratto, oltre a evidenziare come l’esperienza migratoria sia alle volte attraversata da momenti di sconforto e a rivelare l’importanza che i legami transnazionali rivestono per il migrante che si confronta con la multidimensionalità delle difficoltà della migrazione, si intreccia intensamente con la mia storia di vita. Agendo su un duplice livello – accademico e personale – le parole riportate poco sopra illustrano alcuni degli oggetti di ricerca esplorati nel contesto dello studio che conduco sulla gestione della fragilità e della sofferenza psichica in contesto di migrazione presso la popolazione senegalese Wolof e Lébou e, insieme, ripercorrono una dimensione essenziale del mio vissuto familiare, giacché esse sono da attribuirsi a mio padre, intervistato dall’autrice nel 1990. La migrazione, quindi, non rappresenta esclusivamente l’oggetto privilegiato dei miei interessi scientifici, ma altresì un elemento profondamente iscritto nella mia storia di vita. Essere figlia di un migrante senegalese e condurre un’etnografia presso la popolazione alla quale mio padre e io – seppur con sfumature indubbiamente differenti – apparteniamo ha inevitabilmente condizionato tanto l’accesso quanto lo svolgimento del fieldwork. In una qualche misura, il mio ingresso sul campo ricorda l’etnografia condotta tra il 1978 e il 1980 dalla nota antropologa Lila Abu-Lughod presso gli Awlad ‘Ali, beduini del deserto egiziano occidentale. Nel capitolo che apre il volume Veiled Sentiments. Honor and Poetry in a Bedouin Society, l’autrice racconta come l’accesso al campo di ricerca sia stato mediato dal padre – le cui nobili origini e il cui intervento hanno garantito alla studiosa un’accoglienza calorosa presso la comunità e reso conseguentemente possibile lo svolgimento della ricerca (Abu-Lughod, 1986). Similmente, anche il mio ingresso sul campo è stato condizionato dalla mediazione di mio padre, o meglio, di una molteplicità di padri. Quando l’oggetto di ricerca si è delineato in maniera chiara e definitiva, molti parenti e amici di origine senegalese si sono resi disponibili per condividere le proprie riflessioni in merito e, soprattutto, per facilitare l’incontro con altri soggetti, stimolando così la nascita e lo sviluppo di un network all’interno del quale svolgere l’etnografia. In numerose occasioni, specialmente durante i primi momenti della ricerca, sono stata dunque introdotta alla conoscenza di nuovi individui attraverso una piccola rete familiare e amicale, i cui componenti mi presentavano frequentemente con l’espressione wolof «Yassin sama domm la», letteralmente «Yassin è mia figlia», sottolineando, quindi, anche di fronte a coloro per i quali ero sconosciuta fino a pochi istanti prima, la natura della relazione che, realmente o metaforicamente, ci univa. Se all’interno del fieldwork condotto da Abu-Lughod, lo statuto di figlia adottiva (Abu-Lughod, 1986, p. 15) ha esposto la studiosa a un complicato intreccio di restrizioni, obbligazioni, protezioni e aperture inaspettate – tra cui, in particolare, la possibilità di accedere con relativa facilità all’intimità del mondo femminile -, nella mia esperienza etnografica esso ha agevolato l’ingresso sul campo e plasmato, in una qualche misura, le relazioni che si stabilivano. In virtù della mia speciale “entratura”, se da una parte si andavano moltiplicando le possibilità di incontro e riflessione con coloro i quali accettavano di partecipare alla ricerca, dall’altra emergeva il rischio di essere eccessivamente identificata con le figure che, anche indirettamente, mi avevano introdotta sul campo e, dunque, di raccogliere delle testimonianze potenzialmente condizionate da relazioni preesistenti. Si è trattato, quindi, di dotare il percorso di ricerca di un impegno costante volto alla costruzione, con ciascun interlocutore, di una relazione autonoma e beneficiaria della necessaria fiducia.

Tutte le facce della mia identità di ricercatrice

La mediazione di mio padre e di una piccola rete amicale durante i primi momenti del fieldwork non rappresentava l’unica dimensione della mia identità sul campo. Tra quelle in gioco, figurava indubbiamente il mio retroterra migratorio. Godere di un simile background si è rivelato essere un elemento particolarmente prezioso durante l’intero svolgimento della ricerca sul campo. Anzitutto, la consapevolezza che negli anni ho maturato rispetto alla complessità dell’esperienza migratoria a partire dall’ascolto delle testimonianze di mio padre e di tanti altri migranti di cui ho fatto conoscenza, ha permesso di avvicinarmi con maggiore profondità alle storie di vita raccontatemi dai soggetti che incontravo. Inoltre, il riconoscimento della migrazione come elemento costitutivo della mia storia familiare da parte degli interlocutori e la conseguente possibilità di condividere ciascuno le proprie esperienze e riflessioni in merito, hanno sensibilmente contribuito allo sviluppo di un dialogo vivace e di una relazione di fiducia e comprensione reciproca. Assai più complessa è stata la percezione della mia identità come giovane donna italo-senegalese. L’ambiguità che ha accompagnato la mia posizione lungo l’intero svolgimento del fieldwork si manifesta pienamente nell’esclamazione pronunciata da un giovane migrante senegalese durante un pomeriggio trascorso insieme «Ma allora conosci moltissimi aspetti della nostra cultura! Visto che è così, devo assolutamente raccontarti la mia storia!». Le parole di sorpresa espresse dal giovane di fronte a una conoscenza inaspettata rivelano come il riconoscimento come membro del gruppo non sia un’evidenza. In molteplici occasioni ho percepito la stessa incertezza e difficoltà nel tratteggiare la mia posizione: espressioni come «Noi senegalesi siamo diversi rispetto a voi, rispetto a loro…» o «Ormai stai diventando una vera senegalese!» dimostrano, infatti, come la mia identità oscilli tra l’appartenenza e l’esclusione. Pertanto, la mia storia familiare e la somiglianza di percorsi tra mio padre e i migranti intervistati rappresentano indubbiamente gli elementi che – specialmente in un primo momento – hanno agevolato  l’incontro e il dialogo con gli interlocutori e contribuito a ridurre la distanza tra le esperienze di vita. Al pari delle origini e del retroterra migratorio, altrettanto rilevante è stata la mia nerezza. Questo aspetto ha permesso di discutere, a partire da un’esperienza comune, i temi del razzismo e delle discriminazioni razziali e, quindi, di costruire uno spazio di incontro tra le nostre storie di vita. Sebbene gli elementi evidenziati sino a ora abbiano notevolmente contribuito a facilitare la condivisione di profonde riflessioni sui temi oggetto della ricerca tra me e i partecipanti, alcune dimensioni del mio percorso hanno segnato la distanza che, ciò nonostante, in una qualche misura persiste. Essere nata e cresciuta in Italia, avere una madre italiana bianca e non parlare fluentemente il wolof mi hanno precluso la possibilità di essere pienamente considerata come un membro del gruppo, spingendomi così in una zona ibrida all’interno della quale non si è né completamente estranei né interamente partecipi. Spero che queste mie note dimostrino quanto il concetto di appartenenza sia mobile e, insieme, restituiscano la multidimensionalità del posizionamento che può accompagnare i ricercatori con retroterra migratorio impegnati in un’etnografia presso le proprie comunità di origine. Quando i confini tra la propria ricerca e la propria storia vita sfumano, l’inadeguatezza della dicotomia insider/outsider in relazione alla definizione del percorso di posizionamento sul campo emerge prepotentemente, insieme alla dinamicità e ambivalenza, che, al contrario, lo contraddistinguono.

Riferimenti bibliografici

Abu-Lughod L., Veiled Sentiments. Honor and Poetry in a Bedouin Society, Berkley: University of California Press, 1986.

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Carling J., Erdal M.B., Ezzati R., “Beyond the insider-outsider divide in migration research”, in Migration Studies, Volume 2, Issue 1, 2014, pp. 36-54.

Isofides T., “Epistemological Issues in Qualitative Migration Research: Self-Reflexivity, Objectivity and Subjectivity”, in R. Zapata-Barrero, E. Yalaz (eds.), Qualitative Research in European Migration Studies, IMISCOE Research Series, pp. 93-109.

Lo Cascio M., Rinaldi C., “Il desiderio di “sfruttarsi”. Riflessioni epistemologiche su posizionamento, lavoro emozionale e riflessività nell’incontro tra ricercatori e (s)oggetti di ricerca”, in Pirrone M. A. (a cura di) Mitologia dell’integrazione in Sicilia. Questioni teoriche e casi empirici, Mimesis Edizioni, 2015, pp. 93-122.

Schmidt di Friedberg O., Islam, solidarietà e lavoro. I muridi senegalesi in Italia, Fondazione G. Agnelli, Torino, 1994.

Wimmer A., Glick Schiller N., “Methodological Nationalism, the Social Sciences and the Study of Migrations: An Essay in Historical Epistemology”, in International Migration Review, 37/3, 2003, pp. 576 -610.


[1]Si tratta di una riflessione sviluppatasi nell’ambito della borsa di formazione alla ricerca sociale MIGRICERCA promossa da FIERI con il sostegno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

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