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Contrastare le discriminazioni tra razzismo strutturale e amnesia coloniale
8 May 2023

Mackda Ghebremariam Tesfau’ in dialogo con Yassin Dia e Giulia Liti

Questa intervista è stata realizzata nell’ambito della rubrica Non Meno Uguale, nella quale FIERI si propone di dialogare con giovani con retroterra migratorio attivamente impegnati in progetti per l’inclusione sociale per riflettere più consapevolmente sulle discriminazioni e le loro conseguenze nell’Italia contemporanea.

Mackda Ghebremariam Tesfau’ è docente a contratto presso l’Università degli studi di Padova. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Sociali con una tesi sulle pratiche di accoglienza antirazziste. Ha insegnato presso IUAV Venezia, Stanford University a Firenze e Fondazione UniverMantova. Fa parte del direttivo di Refugees Welcome e del comitato di esperte che collaborano con l’associazione Razzismo Brutta Storia. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi progetti volti al contrasto delle discriminazioni e alla decolonizzazione dello spazio pubblico. Attualmente è anche consulente per il progetto CHAMPS  finalizzato a contrastare l’afrofobia.


YD & GL: Ogni anno ENAR (European Network Against Racism) svolge ricerche e pubblica report annuali sul razzismo in Europa. Poiché hai partecipato anche tu alla realizzazione di questi studi, puoi parlarci della situazione nei confronti delle persone razzializzate e/o con retroterra migratorio in Europa? In particolare, quali sono gli ambiti in cui le discriminazioni si manifestano in maniera più evidente e quali quelli in cui queste strutture sono più invisibili?

MGT: Le discriminazioni nei confronti delle persone razzializzate e di origine straniera si registrano in diversi ambiti: la sanità, il mercato immobiliare, il mondo del lavoro, ma anche quello della cultura e dello sport. Ad esse si aggiungono anche i crimini d’odio e le aggressioni ai danni di queste persone. Se dovessi dare uno sguardo generale, direi che in Europa razzismo e xeno-razzismo (termine coniato da Ambalavaner Sivanandan e ripreso da Liz Fekete, che si riferisce alla discriminazione nei confronti delle persone immigrate provenienti dai paesi del Sud Globale e dai paesi impoveriti dell’Europa dell’Est) si manifestano a livello istituzionale e quotidiano e si materializzano nelle possibilità limitate e nelle difficoltà di espressione e mobilità sociale per le persone che hanno determinate origini.

Questo emerge in maniera chiara se si considera, per esempio, il mondo del lavoro, dove è presente un forte fenomeno di demansionamento della manodopera migrante (ovvero l’inquadramento delle persone in ruoli e contratti meno qualificati rispetto alla loro formazione o al lavoro effettivamente svolto) e di segmentazione razziale. Le persone di origine straniera sono sovrarappresentate nei lavori non qualificati: nell’agricoltura, nella logistica e in quello che resta del mondo della fabbrica. Da un punto di vista di genere, poi, le donne immigrate vengono massicciamente impiegate in quei lavori di cura che sono passati da compito esclusivo della “donna di casa” ad essere sistematicamente associati ad una manodopera razzializzata: colf, badanti e operatrici socio sanitarie.

Però, l’ambito in cui il razzismo strutturale (cioè quello che prescinde dalle intenzioni soggettive di chi discrimina, ma si manifesta invece in maniera sistematica all’interno della società- ndr) si vede di più, ritengo che sia quello giuridico e istituzionale, che comprende le politiche sulle migrazioni, da cui poi dipendono gli altri settori. In generale, i posti in cui il razzismo si vede di meno sono quelli dove di razzismo ce n’è di più. Mi riferisco in particolare agli spazi che sono frequentati prevalentemente da persone bianche e cittadine italiane. L’università, per esempio, non è ancora stata attraversata da una grande presenza di persone figlie di migranti. È però necessario chiedersi il perché.  Una motivazione si ritrova nel passaggio dalla terza media alla scuola superiore, durante il quale le persone con retroterra migratorio vengono spesso indirizzate verso un percorso di studi professionalizzante che le allontana dalle università. Infatti, lo spazio universitario non viene ancora abbastanza sfidato da questo tipo di soggettività. Tuttavia, questa assenza è indicativa e anzi rivela lo stesso tipo di sistema discriminatorio presente nel mondo del lavoro.

YD & GL: Cosa accade alle persone con retroterra migratorio nate e cresciute in Italia che intendono inserirsi nel mondo del lavoro? In altri termini, ci sono delle differenze tra le discriminazioni subite dalle persone figlie di migranti e dai loro genitori, la cosiddetta “prima generazione”?

Sulla condizione lavorativa delle persone figlie di migranti in Italia abbiamo poca letteratura, ma c’è uno studio del 2018 in cui una ricercatrice ha messo a confronto le risposte dei datori di lavoro davanti a curriculum con un nome italiano e quelli di persone con diverse origini. È emerso che nel secondo caso c’era una significativa diminuzione delle risposte. Ciò dimostra che, nonostante la vulgata voglia che le discriminazioni nei confronti delle persone immigrate e razzializzate nel mercato del lavoro siano dovute a differenze linguistico-culturali che possono peggiorarne la produttività, la realtà è diversa. Anche di fronte al curriculum di una persona nata e cresciuta in Italia viene applicata una selezione razzista.

Inoltre, c’è un fenomeno di migrazioni multiple, un esodo di persone figlie di immigrati che, non sentendosi parte del paese in cui sono nate e cresciute, preferiscono andare altrove, soprattutto quando ne hanno la possibilità perché in possesso di documenti che facilitano la mobilità, come la cittadinanza e il passaporto italiani. Non a caso per scherzare diciamo che “se vuoi conoscere una persona afroitaliana devi andare a Londra”. 

YD & GL: Tra gli strumenti di contrasto alla discriminazione viene spesso citato il recupero della memoria coloniale. Quali sono i progetti esistenti e in che modo possono agire contro il razzismo e la discriminazione?

MGT: Ci sono molti progetti che si propongono di diffondere consapevolezza sul passato coloniale e sulle sue conseguenze. Uno dei problemi dell’Italia è aver dimenticato la storia coloniale. Tuttavia, è necessario conoscerla per comprendere la realtà di oggi. Per esempio, ci sono riproposizioni coloniali molto forti nelle politiche migratorie, tra cui gli accordi bilaterali firmati con la Libia nel 2008 (e quelli successivi, fino a quelli stipulati in occasione della visita fatta da Giorgia Meloni a gennaio 2023 – ndr). Inoltre, non è possibile parlare del naufragio del 2013 a Lampedusa senza ricordare che le vittime erano in fuga da un conflitto tra Eritrea ed Etiopia. Si tratta di un conflitto che è di natura post-coloniale e rispetto al quale l’Italia ha precise responsabilità storiche.

Per quanto riguarda gli strumenti messi a punto in questi anni, posso parlare nello specifico di due progetti ai quali ho collaborato. Il primo, Decolonize your eyes, è stato realizzato a Padova. Si tratta di un progetto di “guerriglia odonomastica” (un termine poco usato che si riferisce all’insieme dei nomi delle strade di una città- ndr). Questo progetto si si aggiunge ad altri simili, come Harnet Street-Voci dall’Eritrea realizzato dal collettivo Tezeta a Roma, Resistenze in Cirenaica a Bologna e Decolonize the city a Milano. L’idea è quella di ripartire dai nomi delle strade e dalle tracce del colonialismo nella città per raccontare storie dimenticate. Durante il progetto sono stati realizzati video e camminate per la città, che hanno previsto un cambiamento dei nomi delle strade o una nuova narrazione del significato di questi nomi. Nel nostro panorama urbano sono presenti strade come Via Amba Aradam o Adua, i cui nomi si riferiscono a fatti storici di a proposito dei quali studiamo e discutiamo poco.

Un altro progetto a cui ho collaborato è Tra due rive straniere, realizzato insieme all’artista Alessandra Ferrini al parco del Valentino di Torino. Nel 1884, questo luogo ha ospitato il primo zoo umano in Italia: qui, persone provenienti da Assab (in Eritrea) e appartenenti all’etnia Afar sono state messe in mostra e rinchiuse in un recinto come animali. Abbiamo realizzato un’audioguida per raccontare la storia di questo spazio, dove sono tutt’oggi presenti statue commemorative di personaggi descritti come “eroi” nelle imprese coloniali. Questo progetto è stato poi proposto anche nelle scuole per stimolare un modo nuovo di produrre conoscenza storica e confrontarsi con essa alla luce di una sensibilità diversa.

YD & GL: Se volessimo costruire un lessico per contrastare il razzismo e la discriminazione, da quali parole dovremmo partire?

MGT: A questo proposito vorrei segnalare che nel 2020 ho partecipato alla costruzione di un progetto dell’associazione con Razzismo Brutta Storia intitolato le parole che ci mancano, il quale si concentra proprio su sette parole chiave per parlare di questi argomenti: decolonizzazione, bianchezza, intersezionalità, posizionamento, privilegio, razzializzazione, e responsabilità. Quest’ultimo termine si riferisce in realtà alle pratiche di riconoscimento e di riparazione nei confronti del passato. Oggi diremmo semplicemente “riparazioni”.


Per approfondire

ENAR (European Network Against Racism), https://www.enar-eu.org/

Bussetta, G., Campolo M.G., Panarello, Immigrants and Italian labor market: statistical or taste-based discrimination?Immigrants and Italian labor market: statistical or taste-based discrimination? in “Genus” 47, 18, 2018, https://genus.springeropen.com/articles/10.1186/s41118-018-0030-1

Allassino E., Reyneri E., Venturini, A., Zincone G., La discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia, International migration papers, 67, https://fieri.it/la-discriminazione-dei-lavoratori-immigrati-nel-mercato-del-lavoro-in-italia/

Decolonize your Eyes, https://www.facebook.com/DecolonizeYourEyes/

Resistenze in Cirenaica, https://resistenzeincirenaica.com/

Collettivo Tezeta, https://www.instagram.com/collettivo_tezeta/?hl=en

Decolonize the city, https://www.cantiere.org/project/decolonize-the-city-un-opera-collettiva/

Tra due rive straniere, https://www.alessandraferrini.info/tra-due-rive-straniere

Le parole che ci mancano, Razzismo Brutta storia, http://www.razzismobruttastoria.net/progetti/le-parole-ci-mancano/


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Contrastare le discriminazioni tra razzismo strutturale e amnesia coloniale
8 May 2023

Mackda Ghebremariam Tesfau’ in dialogo con Yassin Dia e Giulia Liti

Questa intervista è stata realizzata nell’ambito della rubrica Non Meno Uguale, nella quale FIERI si propone di dialogare con giovani con retroterra migratorio attivamente impegnati in progetti per l’inclusione sociale per riflettere più consapevolmente sulle discriminazioni e le loro conseguenze nell’Italia contemporanea.

Mackda Ghebremariam Tesfau’ è docente a contratto presso l’Università degli studi di Padova. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Sociali con una tesi sulle pratiche di accoglienza antirazziste. Ha insegnato presso IUAV Venezia, Stanford University a Firenze e Fondazione UniverMantova. Fa parte del direttivo di Refugees Welcome e del comitato di esperte che collaborano con l’associazione Razzismo Brutta Storia. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi progetti volti al contrasto delle discriminazioni e alla decolonizzazione dello spazio pubblico. Attualmente è anche consulente per il progetto CHAMPS  finalizzato a contrastare l’afrofobia.


YD & GL: Ogni anno ENAR (European Network Against Racism) svolge ricerche e pubblica report annuali sul razzismo in Europa. Poiché hai partecipato anche tu alla realizzazione di questi studi, puoi parlarci della situazione nei confronti delle persone razzializzate e/o con retroterra migratorio in Europa? In particolare, quali sono gli ambiti in cui le discriminazioni si manifestano in maniera più evidente e quali quelli in cui queste strutture sono più invisibili?

MGT: Le discriminazioni nei confronti delle persone razzializzate e di origine straniera si registrano in diversi ambiti: la sanità, il mercato immobiliare, il mondo del lavoro, ma anche quello della cultura e dello sport. Ad esse si aggiungono anche i crimini d’odio e le aggressioni ai danni di queste persone. Se dovessi dare uno sguardo generale, direi che in Europa razzismo e xeno-razzismo (termine coniato da Ambalavaner Sivanandan e ripreso da Liz Fekete, che si riferisce alla discriminazione nei confronti delle persone immigrate provenienti dai paesi del Sud Globale e dai paesi impoveriti dell’Europa dell’Est) si manifestano a livello istituzionale e quotidiano e si materializzano nelle possibilità limitate e nelle difficoltà di espressione e mobilità sociale per le persone che hanno determinate origini.

Questo emerge in maniera chiara se si considera, per esempio, il mondo del lavoro, dove è presente un forte fenomeno di demansionamento della manodopera migrante (ovvero l’inquadramento delle persone in ruoli e contratti meno qualificati rispetto alla loro formazione o al lavoro effettivamente svolto) e di segmentazione razziale. Le persone di origine straniera sono sovrarappresentate nei lavori non qualificati: nell’agricoltura, nella logistica e in quello che resta del mondo della fabbrica. Da un punto di vista di genere, poi, le donne immigrate vengono massicciamente impiegate in quei lavori di cura che sono passati da compito esclusivo della “donna di casa” ad essere sistematicamente associati ad una manodopera razzializzata: colf, badanti e operatrici socio sanitarie.

Però, l’ambito in cui il razzismo strutturale (cioè quello che prescinde dalle intenzioni soggettive di chi discrimina, ma si manifesta invece in maniera sistematica all’interno della società- ndr) si vede di più, ritengo che sia quello giuridico e istituzionale, che comprende le politiche sulle migrazioni, da cui poi dipendono gli altri settori. In generale, i posti in cui il razzismo si vede di meno sono quelli dove di razzismo ce n’è di più. Mi riferisco in particolare agli spazi che sono frequentati prevalentemente da persone bianche e cittadine italiane. L’università, per esempio, non è ancora stata attraversata da una grande presenza di persone figlie di migranti. È però necessario chiedersi il perché.  Una motivazione si ritrova nel passaggio dalla terza media alla scuola superiore, durante il quale le persone con retroterra migratorio vengono spesso indirizzate verso un percorso di studi professionalizzante che le allontana dalle università. Infatti, lo spazio universitario non viene ancora abbastanza sfidato da questo tipo di soggettività. Tuttavia, questa assenza è indicativa e anzi rivela lo stesso tipo di sistema discriminatorio presente nel mondo del lavoro.

YD & GL: Cosa accade alle persone con retroterra migratorio nate e cresciute in Italia che intendono inserirsi nel mondo del lavoro? In altri termini, ci sono delle differenze tra le discriminazioni subite dalle persone figlie di migranti e dai loro genitori, la cosiddetta “prima generazione”?

Sulla condizione lavorativa delle persone figlie di migranti in Italia abbiamo poca letteratura, ma c’è uno studio del 2018 in cui una ricercatrice ha messo a confronto le risposte dei datori di lavoro davanti a curriculum con un nome italiano e quelli di persone con diverse origini. È emerso che nel secondo caso c’era una significativa diminuzione delle risposte. Ciò dimostra che, nonostante la vulgata voglia che le discriminazioni nei confronti delle persone immigrate e razzializzate nel mercato del lavoro siano dovute a differenze linguistico-culturali che possono peggiorarne la produttività, la realtà è diversa. Anche di fronte al curriculum di una persona nata e cresciuta in Italia viene applicata una selezione razzista.

Inoltre, c’è un fenomeno di migrazioni multiple, un esodo di persone figlie di immigrati che, non sentendosi parte del paese in cui sono nate e cresciute, preferiscono andare altrove, soprattutto quando ne hanno la possibilità perché in possesso di documenti che facilitano la mobilità, come la cittadinanza e il passaporto italiani. Non a caso per scherzare diciamo che “se vuoi conoscere una persona afroitaliana devi andare a Londra”. 

YD & GL: Tra gli strumenti di contrasto alla discriminazione viene spesso citato il recupero della memoria coloniale. Quali sono i progetti esistenti e in che modo possono agire contro il razzismo e la discriminazione?

MGT: Ci sono molti progetti che si propongono di diffondere consapevolezza sul passato coloniale e sulle sue conseguenze. Uno dei problemi dell’Italia è aver dimenticato la storia coloniale. Tuttavia, è necessario conoscerla per comprendere la realtà di oggi. Per esempio, ci sono riproposizioni coloniali molto forti nelle politiche migratorie, tra cui gli accordi bilaterali firmati con la Libia nel 2008 (e quelli successivi, fino a quelli stipulati in occasione della visita fatta da Giorgia Meloni a gennaio 2023 – ndr). Inoltre, non è possibile parlare del naufragio del 2013 a Lampedusa senza ricordare che le vittime erano in fuga da un conflitto tra Eritrea ed Etiopia. Si tratta di un conflitto che è di natura post-coloniale e rispetto al quale l’Italia ha precise responsabilità storiche.

Per quanto riguarda gli strumenti messi a punto in questi anni, posso parlare nello specifico di due progetti ai quali ho collaborato. Il primo, Decolonize your eyes, è stato realizzato a Padova. Si tratta di un progetto di “guerriglia odonomastica” (un termine poco usato che si riferisce all’insieme dei nomi delle strade di una città- ndr). Questo progetto si si aggiunge ad altri simili, come Harnet Street-Voci dall’Eritrea realizzato dal collettivo Tezeta a Roma, Resistenze in Cirenaica a Bologna e Decolonize the city a Milano. L’idea è quella di ripartire dai nomi delle strade e dalle tracce del colonialismo nella città per raccontare storie dimenticate. Durante il progetto sono stati realizzati video e camminate per la città, che hanno previsto un cambiamento dei nomi delle strade o una nuova narrazione del significato di questi nomi. Nel nostro panorama urbano sono presenti strade come Via Amba Aradam o Adua, i cui nomi si riferiscono a fatti storici di a proposito dei quali studiamo e discutiamo poco.

Un altro progetto a cui ho collaborato è Tra due rive straniere, realizzato insieme all’artista Alessandra Ferrini al parco del Valentino di Torino. Nel 1884, questo luogo ha ospitato il primo zoo umano in Italia: qui, persone provenienti da Assab (in Eritrea) e appartenenti all’etnia Afar sono state messe in mostra e rinchiuse in un recinto come animali. Abbiamo realizzato un’audioguida per raccontare la storia di questo spazio, dove sono tutt’oggi presenti statue commemorative di personaggi descritti come “eroi” nelle imprese coloniali. Questo progetto è stato poi proposto anche nelle scuole per stimolare un modo nuovo di produrre conoscenza storica e confrontarsi con essa alla luce di una sensibilità diversa.

YD & GL: Se volessimo costruire un lessico per contrastare il razzismo e la discriminazione, da quali parole dovremmo partire?

MGT: A questo proposito vorrei segnalare che nel 2020 ho partecipato alla costruzione di un progetto dell’associazione con Razzismo Brutta Storia intitolato le parole che ci mancano, il quale si concentra proprio su sette parole chiave per parlare di questi argomenti: decolonizzazione, bianchezza, intersezionalità, posizionamento, privilegio, razzializzazione, e responsabilità. Quest’ultimo termine si riferisce in realtà alle pratiche di riconoscimento e di riparazione nei confronti del passato. Oggi diremmo semplicemente “riparazioni”.


Per approfondire

ENAR (European Network Against Racism), https://www.enar-eu.org/

Bussetta, G., Campolo M.G., Panarello, Immigrants and Italian labor market: statistical or taste-based discrimination?Immigrants and Italian labor market: statistical or taste-based discrimination? in “Genus” 47, 18, 2018, https://genus.springeropen.com/articles/10.1186/s41118-018-0030-1

Allassino E., Reyneri E., Venturini, A., Zincone G., La discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia, International migration papers, 67, https://fieri.it/la-discriminazione-dei-lavoratori-immigrati-nel-mercato-del-lavoro-in-italia/

Decolonize your Eyes, https://www.facebook.com/DecolonizeYourEyes/

Resistenze in Cirenaica, https://resistenzeincirenaica.com/

Collettivo Tezeta, https://www.instagram.com/collettivo_tezeta/?hl=en

Decolonize the city, https://www.cantiere.org/project/decolonize-the-city-un-opera-collettiva/

Tra due rive straniere, https://www.alessandraferrini.info/tra-due-rive-straniere

Le parole che ci mancano, Razzismo Brutta storia, http://www.razzismobruttastoria.net/progetti/le-parole-ci-mancano/


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Contrastare le discriminazioni tra razzismo strutturale e amnesia coloniale
8 May 2023

Mackda Ghebremariam Tesfau’ in dialogo con Yassin Dia e Giulia Liti

Questa intervista è stata realizzata nell’ambito della rubrica Non Meno Uguale, nella quale FIERI si propone di dialogare con giovani con retroterra migratorio attivamente impegnati in progetti per l’inclusione sociale per riflettere più consapevolmente sulle discriminazioni e le loro conseguenze nell’Italia contemporanea.

Mackda Ghebremariam Tesfau’ è docente a contratto presso l’Università degli studi di Padova. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Sociali con una tesi sulle pratiche di accoglienza antirazziste. Ha insegnato presso IUAV Venezia, Stanford University a Firenze e Fondazione UniverMantova. Fa parte del direttivo di Refugees Welcome e del comitato di esperte che collaborano con l’associazione Razzismo Brutta Storia. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi progetti volti al contrasto delle discriminazioni e alla decolonizzazione dello spazio pubblico. Attualmente è anche consulente per il progetto CHAMPS  finalizzato a contrastare l’afrofobia.


YD & GL: Ogni anno ENAR (European Network Against Racism) svolge ricerche e pubblica report annuali sul razzismo in Europa. Poiché hai partecipato anche tu alla realizzazione di questi studi, puoi parlarci della situazione nei confronti delle persone razzializzate e/o con retroterra migratorio in Europa? In particolare, quali sono gli ambiti in cui le discriminazioni si manifestano in maniera più evidente e quali quelli in cui queste strutture sono più invisibili?

MGT: Le discriminazioni nei confronti delle persone razzializzate e di origine straniera si registrano in diversi ambiti: la sanità, il mercato immobiliare, il mondo del lavoro, ma anche quello della cultura e dello sport. Ad esse si aggiungono anche i crimini d’odio e le aggressioni ai danni di queste persone. Se dovessi dare uno sguardo generale, direi che in Europa razzismo e xeno-razzismo (termine coniato da Ambalavaner Sivanandan e ripreso da Liz Fekete, che si riferisce alla discriminazione nei confronti delle persone immigrate provenienti dai paesi del Sud Globale e dai paesi impoveriti dell’Europa dell’Est) si manifestano a livello istituzionale e quotidiano e si materializzano nelle possibilità limitate e nelle difficoltà di espressione e mobilità sociale per le persone che hanno determinate origini.

Questo emerge in maniera chiara se si considera, per esempio, il mondo del lavoro, dove è presente un forte fenomeno di demansionamento della manodopera migrante (ovvero l’inquadramento delle persone in ruoli e contratti meno qualificati rispetto alla loro formazione o al lavoro effettivamente svolto) e di segmentazione razziale. Le persone di origine straniera sono sovrarappresentate nei lavori non qualificati: nell’agricoltura, nella logistica e in quello che resta del mondo della fabbrica. Da un punto di vista di genere, poi, le donne immigrate vengono massicciamente impiegate in quei lavori di cura che sono passati da compito esclusivo della “donna di casa” ad essere sistematicamente associati ad una manodopera razzializzata: colf, badanti e operatrici socio sanitarie.

Però, l’ambito in cui il razzismo strutturale (cioè quello che prescinde dalle intenzioni soggettive di chi discrimina, ma si manifesta invece in maniera sistematica all’interno della società- ndr) si vede di più, ritengo che sia quello giuridico e istituzionale, che comprende le politiche sulle migrazioni, da cui poi dipendono gli altri settori. In generale, i posti in cui il razzismo si vede di meno sono quelli dove di razzismo ce n’è di più. Mi riferisco in particolare agli spazi che sono frequentati prevalentemente da persone bianche e cittadine italiane. L’università, per esempio, non è ancora stata attraversata da una grande presenza di persone figlie di migranti. È però necessario chiedersi il perché.  Una motivazione si ritrova nel passaggio dalla terza media alla scuola superiore, durante il quale le persone con retroterra migratorio vengono spesso indirizzate verso un percorso di studi professionalizzante che le allontana dalle università. Infatti, lo spazio universitario non viene ancora abbastanza sfidato da questo tipo di soggettività. Tuttavia, questa assenza è indicativa e anzi rivela lo stesso tipo di sistema discriminatorio presente nel mondo del lavoro.

YD & GL: Cosa accade alle persone con retroterra migratorio nate e cresciute in Italia che intendono inserirsi nel mondo del lavoro? In altri termini, ci sono delle differenze tra le discriminazioni subite dalle persone figlie di migranti e dai loro genitori, la cosiddetta “prima generazione”?

Sulla condizione lavorativa delle persone figlie di migranti in Italia abbiamo poca letteratura, ma c’è uno studio del 2018 in cui una ricercatrice ha messo a confronto le risposte dei datori di lavoro davanti a curriculum con un nome italiano e quelli di persone con diverse origini. È emerso che nel secondo caso c’era una significativa diminuzione delle risposte. Ciò dimostra che, nonostante la vulgata voglia che le discriminazioni nei confronti delle persone immigrate e razzializzate nel mercato del lavoro siano dovute a differenze linguistico-culturali che possono peggiorarne la produttività, la realtà è diversa. Anche di fronte al curriculum di una persona nata e cresciuta in Italia viene applicata una selezione razzista.

Inoltre, c’è un fenomeno di migrazioni multiple, un esodo di persone figlie di immigrati che, non sentendosi parte del paese in cui sono nate e cresciute, preferiscono andare altrove, soprattutto quando ne hanno la possibilità perché in possesso di documenti che facilitano la mobilità, come la cittadinanza e il passaporto italiani. Non a caso per scherzare diciamo che “se vuoi conoscere una persona afroitaliana devi andare a Londra”. 

YD & GL: Tra gli strumenti di contrasto alla discriminazione viene spesso citato il recupero della memoria coloniale. Quali sono i progetti esistenti e in che modo possono agire contro il razzismo e la discriminazione?

MGT: Ci sono molti progetti che si propongono di diffondere consapevolezza sul passato coloniale e sulle sue conseguenze. Uno dei problemi dell’Italia è aver dimenticato la storia coloniale. Tuttavia, è necessario conoscerla per comprendere la realtà di oggi. Per esempio, ci sono riproposizioni coloniali molto forti nelle politiche migratorie, tra cui gli accordi bilaterali firmati con la Libia nel 2008 (e quelli successivi, fino a quelli stipulati in occasione della visita fatta da Giorgia Meloni a gennaio 2023 – ndr). Inoltre, non è possibile parlare del naufragio del 2013 a Lampedusa senza ricordare che le vittime erano in fuga da un conflitto tra Eritrea ed Etiopia. Si tratta di un conflitto che è di natura post-coloniale e rispetto al quale l’Italia ha precise responsabilità storiche.

Per quanto riguarda gli strumenti messi a punto in questi anni, posso parlare nello specifico di due progetti ai quali ho collaborato. Il primo, Decolonize your eyes, è stato realizzato a Padova. Si tratta di un progetto di “guerriglia odonomastica” (un termine poco usato che si riferisce all’insieme dei nomi delle strade di una città- ndr). Questo progetto si si aggiunge ad altri simili, come Harnet Street-Voci dall’Eritrea realizzato dal collettivo Tezeta a Roma, Resistenze in Cirenaica a Bologna e Decolonize the city a Milano. L’idea è quella di ripartire dai nomi delle strade e dalle tracce del colonialismo nella città per raccontare storie dimenticate. Durante il progetto sono stati realizzati video e camminate per la città, che hanno previsto un cambiamento dei nomi delle strade o una nuova narrazione del significato di questi nomi. Nel nostro panorama urbano sono presenti strade come Via Amba Aradam o Adua, i cui nomi si riferiscono a fatti storici di a proposito dei quali studiamo e discutiamo poco.

Un altro progetto a cui ho collaborato è Tra due rive straniere, realizzato insieme all’artista Alessandra Ferrini al parco del Valentino di Torino. Nel 1884, questo luogo ha ospitato il primo zoo umano in Italia: qui, persone provenienti da Assab (in Eritrea) e appartenenti all’etnia Afar sono state messe in mostra e rinchiuse in un recinto come animali. Abbiamo realizzato un’audioguida per raccontare la storia di questo spazio, dove sono tutt’oggi presenti statue commemorative di personaggi descritti come “eroi” nelle imprese coloniali. Questo progetto è stato poi proposto anche nelle scuole per stimolare un modo nuovo di produrre conoscenza storica e confrontarsi con essa alla luce di una sensibilità diversa.

YD & GL: Se volessimo costruire un lessico per contrastare il razzismo e la discriminazione, da quali parole dovremmo partire?

MGT: A questo proposito vorrei segnalare che nel 2020 ho partecipato alla costruzione di un progetto dell’associazione con Razzismo Brutta Storia intitolato le parole che ci mancano, il quale si concentra proprio su sette parole chiave per parlare di questi argomenti: decolonizzazione, bianchezza, intersezionalità, posizionamento, privilegio, razzializzazione, e responsabilità. Quest’ultimo termine si riferisce in realtà alle pratiche di riconoscimento e di riparazione nei confronti del passato. Oggi diremmo semplicemente “riparazioni”.


Per approfondire

ENAR (European Network Against Racism), https://www.enar-eu.org/

Bussetta, G., Campolo M.G., Panarello, Immigrants and Italian labor market: statistical or taste-based discrimination?Immigrants and Italian labor market: statistical or taste-based discrimination? in “Genus” 47, 18, 2018, https://genus.springeropen.com/articles/10.1186/s41118-018-0030-1

Allassino E., Reyneri E., Venturini, A., Zincone G., La discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia, International migration papers, 67, https://fieri.it/la-discriminazione-dei-lavoratori-immigrati-nel-mercato-del-lavoro-in-italia/

Decolonize your Eyes, https://www.facebook.com/DecolonizeYourEyes/

Resistenze in Cirenaica, https://resistenzeincirenaica.com/

Collettivo Tezeta, https://www.instagram.com/collettivo_tezeta/?hl=en

Decolonize the city, https://www.cantiere.org/project/decolonize-the-city-un-opera-collettiva/

Tra due rive straniere, https://www.alessandraferrini.info/tra-due-rive-straniere

Le parole che ci mancano, Razzismo Brutta storia, http://www.razzismobruttastoria.net/progetti/le-parole-ci-mancano/


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