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DA PESCATORI A MIGRANTI. Quello che il laboratorio tunisino ci può insegnare sul nesso ambiente-migrazioni
17 Gennaio 2024
Habib Achoui indica il luogo da cui è partito per l’Europa. Gabes, Tunisia, 2023.

Habib Achoui guarda il mare e sembra spingere i pensieri al di là dell’orizzonte. “Per me attraversare il canale di Sicilia era come uscire a passeggiare”. Oggi ventunenne, il giovane tunisino ha fatto la traversata sei volte, la prima aveva appena quindici anni. Seduto a un tavolino del bar alla periferia di El Attalya dove ogni sera si ritrovano i pescatori, indica il punto preciso da cui è partito. “Stavo bevendo una birra con un amico. Abbiamo visto una barca che stava salpando e siamo saltati su. È stata una decisione improvvisa”. Mostra sul cellulare le immagini di quel viaggio: il suo viso imberbe ancora marchiato dall’adolescenza e la mano destra che fa il segno della V a indicare l’arrivo in Italia. Racconta tutto come se fosse partito per l’Erasmus: l’accoglienza nella casa-famiglia, i giri che ha fatto in Europa, i lavori precari, i rimpatri assistiti, le nuove traversate e l’ultima espulsione a causa di “una cosa che ho fatto non proprio pulita”. Oggi ha deciso di mettere la testa a posto: lavora sulla barca di suo zio e giura che non vuole più partire. Ma molti dei suoi amici sono andati, per vezzo, scoperta o perché sentivano i loro genitori lamentarsi del pesce che è sempre meno e della vita ogni giorno più cara.

Un avamposto del cambiamento

Alle isole Kerkennah, lingue sabbiose a poche miglia dalla città tunisina di Sfax, l’emigrazione verso l’Europa attraversa le famiglie come una faglia generazionale. I figli non vogliono più fare il mestiere dei padri. E prendono la via della fuga, sfruttando le conoscenze del mare e la vicinanza geografica: Lampedusa è a 120 chilometri, una notte di viaggio e sei arrivato. La prospettiva di “bruciare la frontiera” domina i discorsi dei giovani, che sempre più spesso partono ancora in età scolare, perché sanno che se arrivano in Italia da minorenni non potranno essere espulsi. C’è chi la definisce un’ossessione generata dalle illusioni veicolate dai social media; chi la lega alle mutate condizioni economiche e politiche del paese nordafricano, avviluppato in una crisi di cui non si vede la fine. E chi mette in relazione questo desiderio di fuga con il degradarsi delle condizioni ambientali, che per secoli hanno garantito la sopravvivenza e una moderata prosperità agli abitanti di questi luoghi.

Ricondurre l’esodo dei giovani tunisini a un’unica causa è esercizio difficile e forse fuorviante: la realtà appare sfumata ed è probabilmente l’insieme di tutte queste motivazioni a costituire un complesso composito alla radice del fenomeno. Quel che è certo è che le isole Kerkennah sono un laboratorio per comprendere il possibile legame tra crisi climatica ed emigrazione e per provare a determinare quanto i mutamenti ambientali che stanno scuotendo il Mediterraneo sono suscettibili di accelerare processi già in nuce e produrre flussi migratori più vistosi nel corso dei prossimi anni.

Vista delle isole Kerkennah. Kerkennah, Tunisia, 2023.

Al largo del golfo di Gabès, nel sud della Tunisia, le Kerkennah sono un arcipelago di dodici isole. Arrivarci da Sfax, la città portuale a cui le connette un traghetto nove volte al giorno, equivale a fare un tuffo nel passato: i rumori e la frenesia della metropoli lasciano spazio a vie sabbiose battute dal vento e costeggiate da palme da dattero. Le uniche due isole abitate sono unite da un ponte e da una strada che le taglia longitudinalmente. Basta deviare di qualche centinaio di metri e si arriva al mare: la larghezza massima è sette chilometri, ma la media è tre. Il punto più elevato è 13 metri sul livello del mare. Date queste condizioni, l’arcipelago è particolarmente esposto agli effetti dei mutamenti climatici, che stanno provocando un innalzamento del Mediterraneo e un incremento degli eventi atmosferici estremi. Oggi le Kerkennah sono al centro di una crisi ambientale che è in un certo senso cartina di tornasole della crisi più ampia che attraversa tutta la Tunisia1.

Alla fine del 2022, l’isola è stata sferzata da una tempesta mai vista prima. “Era la notte tra il 26 e il 27 novembre. Abbiamo sentito come un ululato. Era il vento che buttava l’acqua contro le strade. In pochi minuti ci siamo trovati il mare in salotto”, racconta Salem Cheikh. Questo funzionario in pensione vive a Kraten, un paesino sulla punta più estrema dell’arcipelago. La sua casa, in cui abita insieme alla moglie e i tre figli, è a poca distanza dalla riva, in linea d’aria saranno 500 metri. “In sessantacinque anni di vita, non avevo mai visto nulla di simile. Pensavamo di finire sommersi”, ricorda ancora con terrore.
La tempesta del novembre 2022, che ha reso inutilizzabili i campi invasi dall’acqua salata, è la punta di un iceberg ben più corposo, che sta minacciando la sopravvivenza stessa della comunità. Gli effetti del surriscaldamento globale si stanno facendo sentire in modo acuto da queste parti. Non stanno solo erodendo le coste, corrompendo le falde freatiche e compromettendo la poca agricoltura che qui si pratica. Stanno anche mettendo a rischio quella che è l’unica reale risorsa di queste isole: la pesca.

1 Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux. Les changements climatiques en Tunisie. Réalités et pistes d’adaptation pour le secteur des services publics, settembre 2021, https://ftdes.net/rapports/changementsclimatiques.fr.pdf

La fine del vecchio equilibrio

L’arcipelago è noto come il vivaio del Mediterraneo: è qui che, grazie ai fondali bassi e ricchi di posidonia oceanica, vengono a riprodursi pesci di ogni sorta. “Alle Kerkennah una volta c’era talmente tanto pesce che non uscivamo neanche a cercarlo. Veniva a impigliarsi da solo nelle reti”. Il 62enne Ramdhame Megdiche ha cominciato ad andare in barca con il padre quando di anni ne aveva solo 12. In questo mezzo secolo, ha visto il mare mutare profondamente e il mestiere andare in sofferenza. “Ormai peschiamo un quarto di quello che pescavamo trent’anni fa.

Anche la sharfiya, il nostro metodo tradizionale di pesca passiva, è in crisi”. Il sistema, che risalirebbe addirittura ai fenici, è basato sulla suddivisione del mare in porzioni date in usufrutto ai pescatori. Gli spazi in concessione sono delimitati da recinti di foglie di palma, su cui vengono costruiti percorsi obbligati che indirizzano i pesci verso le nasse. Un paio di volte al giorno, i pescatori vanno semplicemente a controllare cosa sia finito nelle trappole.

Il metodo è talmente unico che nel 2020 l’Unesco lo ha inscritto nella lista di patrimoni immateriali dell’umanità, come frutto di saggezza ancestrale ed esempio di sostenibilità2. I gestori della sharfiya svolgono infatti un duplice ruolo. Non fanno solo una pesca selettiva, meno distruttiva di quella operata dai pescherecci a strascico. Sono anche veri e propri custodi dei pezzi di mare loro assegnati: anno per anno, registrano il variare delle correnti, dello stato dei fondali, dei tipi di specie che catturano.

Particolare di granchi blu interi pronti per la lavorazione, all’interno della fabbrica “Jaradah Fish” di Gabes. Gabes, Tunisia, 2023.

Dal loro osservatorio privilegiato, i pescatori vedono che sta cambiando tutto. Il mare è più caldo. I pesci stanno scomparendo. E sono arrivati nuovi predatori, che modificano gli ecosistemi e competono per la risorsa con gli esseri umani. “Daesh, daesh. Solo daesh”, impreca Megdiche dal suo barchino mentre tira su le nasse. Dentro alle trappole si agitano decine di enormi granchi dalle chele blu. Presenza ormai costante nei fondali tunisini, i crostacei sono stati soprannominati come i combattenti dello stato islamico, perché hanno il loro stesso modus operandi: fanno tabula rasa di tutto ciò che incontrano.

Avvistati per la prima volta nel golfo di Gabès nel 2014, è dal 2017 che hanno preso il sopravvento. “Originario dell’Oceano Indiano, il portunus segnis è arrivato attraverso il canale di Suez e ha trovato in un Mediterraneo più caldo un habitat a lui consono, che gli ha permesso di proliferare”, spiega Jamila Ben Souissi, direttrice di ricerca all’Institut National Agronomique de Tunisie ed esperta di specie aliene marine.

Uno dei piccoli magazzini utilizzati dai pescatori per la loro attività di pesca e vendita del pesce. Kerkennah, Tunisia, 2022.

Al porto di El Attalya, uno dei principali dell’isola, il granchio blu è sulla bocca di tutti. Troneggia persino su un grande murale dipinto sulla parete di un magazzino proprio dietro le banchine. “Ma si tratta solo dell’ultimo episodio di un disastro che va avanti da anni”, aggiunge Megdiche. “Una volta bastava uscire a controllare le nasse. C’era di tutto: orate, spigole, gamberi, polpi. Poi pian piano si sono diradate le catture. Finché non è arrivato l’orrido daesh”.

Come è accaduto che il luogo più pescoso di tutto il Mediterraneo sia diventato così arido? Alcuni pescatori accusano la pesca a strascico, che ha distrutto i fondali e impedito la riproduzione delle specie. Megdiche punta il dito contro le trivellazioni petrolifere, a poca distanza della costa, che in più di un’occasione hanno provocato sversamenti. In questa situazione già critica, il progressivo riscaldamento delle acque ha facilitato il proliferare di organismi alieni come il portunus segnis. “Il cambiamento climatico è un acceleratore di crisi”, conferma Jamila Ben Souissi. “Le specie invasive occupano nicchie ecologiche rimaste vuote a causa di vari fattori, come l’eccesso di pesca e l’inquinamento. Hanno un impatto particolarmente devastante su eco-sistemi resi fragili dall’azione umana”. A supporto della sua tesi, l’esperta porta l’esempio di uno studio comparato che ha condotto con la sua équipe in Tunisia e in Libia: nel primo paese, dove le praterie di posidonia oceanica sono degradate, il granchio blu ha fatto danni irreparabili; nel secondo, dove sono intatte, il crostaceo invasore ha avuto un impatto trascurabile.

Rifugiati ambientali?

E’ possibile dire che il cambiamento climatico svolge questo ruolo di acceleratore anche sulla questione migratoria? “I giovani che partono per mare devono essere considerati rifugiati ambientali”, sostiene il geografo Habib Ayeb, professore emerito all’Università di Parigi 8-Saint Denis. “Partono perché le condizioni degli ambienti in cui vivono, che garantivano la loro sussistenza, sono irrimediabilmente mutate. La pesca non dà più reddito, così come non lo dà l’agricoltura. I ragazzi che arrivano a Lampedusa vengono da quegli ambienti compromessi”. In realtà, la definizione di “rifugiato ambientale” non ha rilevanza nel diritto internazionale e gli stessi studiosi sono divisi circa la sua pertinenza. La maggioranza insiste sul carattere intrinsecamente multifattoriale della scelta di emigrare e sulla difficoltà, per non dire impossibilità, di separare l’incidenza del fattore ambientale
da quello di altre variabili di contesto (economiche, politiche, culturali) o di natura personale e familiare3.

Se la pesca non dà più reddito, i pescatori rimasti alla Kerkennah finiscono per arrabattarsi come possono. Rivedono le loro tecniche e cercano in qualche modo di raschiare il fondo del barile. Così, alcuni stanno abbandonando la pesca artigianale e si dedicano allo strascico.

Un pescatore sta riparando le reti da pesca nel porto di Kraten. Isole Kerkennah, Tunisia, 2023.

“Non si rendono conto che in questo modo si stanno scavando la fossa con le loro stesse mani”, si infiamma Ahmed Souissi, presidente dell’Associazione Kraten per lo sviluppo sostenibile, che da anni mette in guardia sui rischi di questa pratica. Chiamato kiss (borsa in arabo, a indicare metaforicamente il tipo di rete utilizzata), questo metodo di pesca è stato dichiarato illegale già nel 1942, ma è in realtà ampiamente praticato4. “Solo alla Kerkennah ci sono un centinaio di barche che lo fanno. Se poi consideriamo gli altri porti del golfo di Gabès, da Sfax a Sidi Mansour superiamo quota 500”, sottolinea l’attivista. Basta fare un giro al molo di Sidi Youssef, all’estremità orientale dell’isola, per verificare le sue parole: decine di barche con la tipica rete a forma di imbuto agganciata alla puleggia con cui viene calata sul fondale sono ormeggiate alle banchine. Lavorano alla luce del sole, a pochi decine di metri di distanza dal molo di attracco del traghetto, dove c’è un presidio permanente delle forze di polizia. Souissi parla di un vero e proprio circolo vizioso. “Lo strascico distrugge l’eco-sistema e priva i piccoli pescatori della risorsa. Così accade che molti di loro si spingono ad attuare a loro volta questa pratica per garantirsi un reddito, senza capire che a breve non ce ne sarà più per nessuno”.

Ali Abderzzak è l’incarnazione vivente dell’esempio descritto da Souissi. Noto al porto di El Attaya con il nomignolo di “sgombro”, questo pescatore di 47 anni ha deciso un giorno che non ne poteva più di lavorare in perdita. E si è messo a praticare il kiss. “Sapevo che non era giusto, ma ero con le spalle al muro. Noi delle Kerkennah abbiamo sempre pescato in modo tradizionale. Ma poi abbiamo cominciato a vedere i pescherecci a strascico provenienti dalla costa che ci sottraevamo il pesce. In quel momento ho pensato che l’unico modo era competere con loro ad armi pari”. Lo ha fatto per alcuni anni. Ma poi ha smesso: “Io qui conosco tutti e quando incontravo i miei colleghi leggevo la riprovazione nei loro occhi”. Nelle zone più occidentali dell’arcipelago il kiss è ancora malvisto, a differenza di quanto avviene nella parte orientale, più vicina alla costa tunisina, dove è largamente praticato e tollerato. Oggi Abderzzak è tornato ai vecchi metodi di pesca, ma come tutti qui non ha alcuna fiducia nel futuro. “Non c’è più niente da fare”. Lui che è figlio, nipote e bisnipote di pescatori, immagina per i suoi due bambini un futuro diverso. “Devono studiare e andare via di qui”.

3. Robert McLeman, François Gemenne (edit), Routledge Handbook of Environmental Displacement and Migration, 2018, https://www.routledge.com/Routledge-Handbook-of-%20Environmental-Displacement-and-Migration/McLeman-Gemenne/p/book/9780367521509

4. Europea Justice Foundation, Kiss of death. How illegal bottom trawling threatens ecosystems and livelihoods in Tunisia, marzo 2023. https://ejfoundation.org/reports/kiss-of-death-how-illegal-bottom-trawling-threatens-ecosystems-and-livelihoods-in-tunisia

Il giro di vite e le sue conseguenze

Una piccola barca lasciata accanto alla strada principale delle Kerkennah. Isole Kerkennah, Tunisia, 2022.

Quella di andare via è una scelta che hanno già fatto in molti, avventurandosi in modo irregolare lungo una frontiera che non hanno mai considerato tale. La storia di Habib Achoui, che ha attraversato il canale sei volte, è tutt’altro che infrequente. Tutte le famiglie hanno un membro che è passato dall’altra parte; molti sono partiti più volte, in una specie di migrazione oscillatoria che ricorda i tempi lontani in cui lo spazio mediterraneo non era ancora blindato dalle politiche restrittive dei visti ma era un luogo in cui si era liberi di circolare.

Il via vai è favorito da una consuetudine non scritta, secondo cui gli abitanti delle Kerkennah non pagano il viaggio. “Da qui vengono da tutta la Tunisia per partire. A noi gli scafisti ci fanno salire gratis, forse per evitare problemi o denunce”, sottolinea Achoui. Oggi, continua il ragazzo, è tutto fermo. Non ci sono partenze. “La polizia e la guardia nazionale hanno arrestato tutti gli scafisti e controllano ogni persona che sale sul traghetto”. Ma presto, assicura il ragazzo, “tutto ripartirà”.

La stretta sembra il risultato degli accordi che l’Unione Europea ha negoziato negli ultimi tempi con la Tunisia. Il 16 luglio 2023, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni e l’allora premier olandese Mark Rutte hanno incontrato a Tunisi il presidente Kais Saied. In quell’occasione è stato firmato un memorandum d’intesa che prevede tra le altre cose una cooperazione in materia migratoria e lo stanziamento di fondi europei alla Tunisia5. La missione è stata lo sbocco di un’intensa attività diplomatica da parte del governo italiano, preoccupato dall’aumento delle partenze dalle coste tunisine verso Lampedusa. Nei primi 10 mesi del 2023, secondo i dati presentati dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), gli arrivi dalla Tunisia hanno registrato un’incidenza doppia rispetto a quelli dalla Libia: quasi 92mila imbarchi dalle coste tunisine contro i 44mila dalle coste libiche6.
In realtà, gli accordi siglati a Tunisi non sono ancora pienamente operativi: in ottobre il presidente tunisino ha respinto l’offerta economica europea, definendola “una carità”7. Ma ha comunque operato una stretta sulle partenze, che si è concretizzata in un aumento di controlli e in vere e proprie retate contro i cittadini sub-sahariani nel paese, che in diversi casi sono stati respinti illegalmente verso la Libia8. La questione migratoria, che negli anni scorsi è sempre stata marginale nel dibattito pubblico9, sembra aver assunto negli ultimi tempi un’accresciuta rilevanza politica, come elemento di negoziato nei rapporti tra il paese e l’Unione Europea e come strumento per garantirsi uno spazio di autonomia in chiave nazionalista da parte del presidente Saied in un momento in cui ha avviato una stretta autoritaria all’interno del paese10.

Gli abitanti delle Kerkennah non conoscono gli accordi e le politiche messe in atto a Tunisi. Ma la realtà dell’emigrazione la toccano con mano da anni. Quasi tutti raccontano di aver visto cadaveri fluttuare sull’acqua o arrivare sulle spiagge. Si tratta per lo più di sub-sahariani partiti dalla Libia e ultimamente anche dalle coste tunisine. “Capita di incrociarli quando usciamo a pescare. Le correnti li portano verso le nostre isole, anche se sono partiti da Sfax, da Zarzis o da altri posti più lontani”, spiega Megdiche. In quel caso, continua il pescatore, si chiama la guardia nazionale e si aspetta il suo intervento.

Dei dipendenti di una ditta di costruzione di piccole imbarcazioni, costruiscono in serie dei piccoli natanti. Dal 2011 le richieste delle “flucat” (piccole barche) è aumentata per via dell’aumento delle traversate dalla Tunisia verso la Sicilia. Zarzis, Tunisia, 2021.

I sub-sahariani non salpano dalle Kerkennah; i controlli sul traghetto da Sfax sono ferrei e verrebbero bloccati subito. In compenso, negli ultimi anni, le isole sono diventate uno dei punti privilegiati delle partenze dei tunisini verso Lampedusa. “Fino al 2017 nessuno si imbarcava da qui”, spiega Ahmed Souissi. “Poi la crisi della pesca ha cambiato la situazione. I pescatori hanno cominciato a vendere le barche agli scafisti per garantirsi quell’utile immediato che la pesca non forniva più”. Souissi snocciola dati precisi: “Una barca usata si vende oggi a 10mila dinari (circa 3350 euro), che è una cifra nettamente più alta di quella che si può mettere insieme in una stagione di pesca alle condizioni attuali, al netto dei costi di manutenzione e di gasolio. Questo ha spinto molti pescatori a cedere le barche, in attesa di tempi migliori”.

Souissi parla di un legame evidente tra crisi ambientale ed emigrazione, tra i mancati introiti di una pesca che non tira più e la crescente disponibilità di barche per la traversata – oltre che di capitani, reclutati fra i pescatori o i figli dei pescatori. Qui tutti conoscono il mare a menadito: non è difficile trovare fra i candidati all’emigrazione qualcuno che si faccia carico di tenere il timone. L’esodo ha dimensioni rilevanti: dati precisi per questa specifica rotta non esistono, ma basta chiedere in giro per vedere che in ogni famiglia c’è un figlio o un fratello che ha scelto la via dell’esilio.

Non che si tratti di una prerogativa delle sole Kerkennah. Le partenze dei giovani tunisini appaiono in costante aumento. La crisi sociale ed economica che attanaglia il paese nordafricano ingrossa le fila del numero di candidati all’emigrazione. “La migrazione irregolare, che una volta era un emblema di fallimento, è diventata simbolo di riscatto, se non di superiorità. È un cambiamento radicale, in cui ognuno cerca una via di salvezza individuale da una società che non offre prospettive”, sottolinea
Mohamed Jouili, professore di sociologia all’Università di Tunisi ed ex direttore generale dell’osservatorio nazionale sulla gioventù. “Oggi in Tunisia tutti vogliono emigrare. È diventata una specie di ossessione”.

Le parole di Jouili sono confermate dalle cifre degli arrivi in Italia. Negli ultimi tre anni, la quota di tunisini è in progressiva crescita: erano 12.883 nel 2020, rappresentando il 38% degli sbarchi e di gran lunga il gruppo prevalente. Poi 15.671 nel 2021; 18.148 nel 2022 e, con una lieve flessione determinata probabilmente dal blocco degli ultimi mesi, 17.322 nel 202311. Sono cifre ben lontane dall’esodo biblico paventato da alcuni esponenti politici italiani12, ma segnalano una tendenza.

5 https://www.governo.it/sites/governo.it/files/M_morandum_d_entente_sur_un_

partenariat_strat_gique_et_global_entre_l_Union_europ_enne_et_la_Tunisie.pdf

6 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/migranti-e-migrazioni-in-italia-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-126051

7 Monia Ben Hamadi, En Tunisie, le président Kaïs Saïed se rebelle contre la politique migratoire européenne, Le Monde, 3 ottobre 2023, https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/10/03/en-tunisie-le-president-kais-saied-se-rebelle-contre-la-politique-migratoire-europeenne_6192258_3212.html

8 Human rights watch, Tunisia: Crisis as Black Africans Expelled to Libya Border,
https://www.hrw.org/news/2023/07/06/tunisia-crisis-black-africans-expelled-libya-border

9 Si veda in proposito questo studio realizzato da FIERI: Emanuela Roman, Ferruccio Pastore, Analysing Migration Policy Frames of Tunisian Civil Society Organizations: How Do They Evaluate EU Migration Policies? Medreset working paper n. 14, giugno 2018.
https://www.iai.it/en/pubblicazioni/analysing-migration-policy-frames-tunisian-civil-society-organizations-how-do-they

10 Il 21 febbraio 2023, il presidente Saied ha accusato gli immigrati sub-sahariani di attuare un “piano criminale volto a modificare la composizione del panorama demografico in Tunisia”, dando ilvia alle persecuzioni e alle retate. Lilia Blaise, “En Tunisie, le président Kaïs Saïed s’en prend aux migrants subsahariens”, Le Monde, 22 febbraio 2023,
https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/02/22/en-tunisie-le-president-kais-saied-s-en-prend-aux-migrants-subsahariens_6162908_3212.html

11 Dati del ministero dell’interno, dipartimento libertà civili e immigrazione.
https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati

12 A commento del memorandum d’intesa tra Unione europea e Tunisia, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Tommaso Foti ha dichiarato: “È un partenariato strategico che permetterà in primis di controllare flussi irregolari e a scongiurare un esodo biblico con pesanti ricadute soprattutto per l’Italia”, Agenparl, 16 luglio 2023, https://agenparl.eu/2023/07/16/meloni-fotifdi-orgogliosi-per-risultato-a-tunisi-impensabile-mesi-fa/

Cause profonde, soluzioni complesse

L’ossessione di cui parla il professore appare dettata da concrete cause materiali13. Nel terzo trimestre del 2023, il tasso di disoccupazione giovanile in Tunisia ha toccato il 39 per cento14. Anche alle Kerkennah, i giovani sono sempre meno propensi a restare. Osservano i loro genitori arrabattarsi in battute di pesca sempre meno proficue. Respirano la crisi ogni giorno e non vedono altra via di salvezza che la fuga.

Come fermare questa emorragia? Ahmed Souissi è convinto che gli accordi di sicurezza e la militarizzazione delle frontiere non siano la strada giusta. “Bisogna ridare un’economia a questi luoghi, bloccando il consumo dissennato di risorse e spingendo per uno sviluppo sostenibile”. Con la sua associazione è riuscito a far dichiarare la zona nord del mare prospiciente l’isola area marina protetta per un’estensione di mille chilometri quadrati. Il piano prevede una regolamentazione ferrea della pesca, la creazione di un santuario per le tartarughe marine che finiscono impigliate nelle reti, un’attività di eco-turismo e una sensibilizzazione contro lo strascico illegale. Nel luglio 2023, il Medfund, un fondo ambientale che si occupa proprio di conservare la biodiversità marina nel Mediterraneo, ha stanziato 286mila dollari per sostenere queste attività. “Ma è una corsa contro il tempo: ogni giorno che passa si perdono metri quadri di posidonia come risultato del kiss. E si degrada l’ambiente in modo irreparabile”, dice Souissi. “Ci vorrebbero più fondi e un maggiore interessamento di tutti gli stati del Mediterraneo, perché quello che accade qui alle Kerkennah ha ripercussioni su tutto il bacino”.

Alcuni pescatori durante una battuta di pesca. Kraten, Kerkennah, Tunisia 2022.

Al porto di Kraten, dove è attiva l’associazione di Souissi, l’ex funzionario Salem Cheikh ha una piccola barca con cui esce a pescare quando ne ha voglia. Guarda il mare che gli ha invaso casa più di un anno fa e che oggi è insolitamente tranquillo. “Spero che le cose possano andare meglio. Io ormai sono vecchio, ma mi dispiacerebbe se i miei figli fossero costretti ad abbandonare quest’isola che ci ha dato tanto”.

13 Si veda anche Roman, Pastore, Analysing Migration Policy Frame cit, p. 15.

14 Fonte: Institut national de la statistique de Tunisie, https://www.ins.tn/publication/indicateurs-de-lemploi-et-du-chomage-troisieme-trimestre-2023

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
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DA PESCATORI A MIGRANTI. Quello che il laboratorio tunisino ci può insegnare sul nesso ambiente-migrazioni
17 Gennaio 2024
Habib Achoui indica il luogo da cui è partito per l’Europa. Gabes, Tunisia, 2023.

Habib Achoui guarda il mare e sembra spingere i pensieri al di là dell’orizzonte. “Per me attraversare il canale di Sicilia era come uscire a passeggiare”. Oggi ventunenne, il giovane tunisino ha fatto la traversata sei volte, la prima aveva appena quindici anni. Seduto a un tavolino del bar alla periferia di El Attalya dove ogni sera si ritrovano i pescatori, indica il punto preciso da cui è partito. “Stavo bevendo una birra con un amico. Abbiamo visto una barca che stava salpando e siamo saltati su. È stata una decisione improvvisa”. Mostra sul cellulare le immagini di quel viaggio: il suo viso imberbe ancora marchiato dall’adolescenza e la mano destra che fa il segno della V a indicare l’arrivo in Italia. Racconta tutto come se fosse partito per l’Erasmus: l’accoglienza nella casa-famiglia, i giri che ha fatto in Europa, i lavori precari, i rimpatri assistiti, le nuove traversate e l’ultima espulsione a causa di “una cosa che ho fatto non proprio pulita”. Oggi ha deciso di mettere la testa a posto: lavora sulla barca di suo zio e giura che non vuole più partire. Ma molti dei suoi amici sono andati, per vezzo, scoperta o perché sentivano i loro genitori lamentarsi del pesce che è sempre meno e della vita ogni giorno più cara.

Un avamposto del cambiamento

Alle isole Kerkennah, lingue sabbiose a poche miglia dalla città tunisina di Sfax, l’emigrazione verso l’Europa attraversa le famiglie come una faglia generazionale. I figli non vogliono più fare il mestiere dei padri. E prendono la via della fuga, sfruttando le conoscenze del mare e la vicinanza geografica: Lampedusa è a 120 chilometri, una notte di viaggio e sei arrivato. La prospettiva di “bruciare la frontiera” domina i discorsi dei giovani, che sempre più spesso partono ancora in età scolare, perché sanno che se arrivano in Italia da minorenni non potranno essere espulsi. C’è chi la definisce un’ossessione generata dalle illusioni veicolate dai social media; chi la lega alle mutate condizioni economiche e politiche del paese nordafricano, avviluppato in una crisi di cui non si vede la fine. E chi mette in relazione questo desiderio di fuga con il degradarsi delle condizioni ambientali, che per secoli hanno garantito la sopravvivenza e una moderata prosperità agli abitanti di questi luoghi.

Ricondurre l’esodo dei giovani tunisini a un’unica causa è esercizio difficile e forse fuorviante: la realtà appare sfumata ed è probabilmente l’insieme di tutte queste motivazioni a costituire un complesso composito alla radice del fenomeno. Quel che è certo è che le isole Kerkennah sono un laboratorio per comprendere il possibile legame tra crisi climatica ed emigrazione e per provare a determinare quanto i mutamenti ambientali che stanno scuotendo il Mediterraneo sono suscettibili di accelerare processi già in nuce e produrre flussi migratori più vistosi nel corso dei prossimi anni.

Vista delle isole Kerkennah. Kerkennah, Tunisia, 2023.

Al largo del golfo di Gabès, nel sud della Tunisia, le Kerkennah sono un arcipelago di dodici isole. Arrivarci da Sfax, la città portuale a cui le connette un traghetto nove volte al giorno, equivale a fare un tuffo nel passato: i rumori e la frenesia della metropoli lasciano spazio a vie sabbiose battute dal vento e costeggiate da palme da dattero. Le uniche due isole abitate sono unite da un ponte e da una strada che le taglia longitudinalmente. Basta deviare di qualche centinaio di metri e si arriva al mare: la larghezza massima è sette chilometri, ma la media è tre. Il punto più elevato è 13 metri sul livello del mare. Date queste condizioni, l’arcipelago è particolarmente esposto agli effetti dei mutamenti climatici, che stanno provocando un innalzamento del Mediterraneo e un incremento degli eventi atmosferici estremi. Oggi le Kerkennah sono al centro di una crisi ambientale che è in un certo senso cartina di tornasole della crisi più ampia che attraversa tutta la Tunisia1.

Alla fine del 2022, l’isola è stata sferzata da una tempesta mai vista prima. “Era la notte tra il 26 e il 27 novembre. Abbiamo sentito come un ululato. Era il vento che buttava l’acqua contro le strade. In pochi minuti ci siamo trovati il mare in salotto”, racconta Salem Cheikh. Questo funzionario in pensione vive a Kraten, un paesino sulla punta più estrema dell’arcipelago. La sua casa, in cui abita insieme alla moglie e i tre figli, è a poca distanza dalla riva, in linea d’aria saranno 500 metri. “In sessantacinque anni di vita, non avevo mai visto nulla di simile. Pensavamo di finire sommersi”, ricorda ancora con terrore.
La tempesta del novembre 2022, che ha reso inutilizzabili i campi invasi dall’acqua salata, è la punta di un iceberg ben più corposo, che sta minacciando la sopravvivenza stessa della comunità. Gli effetti del surriscaldamento globale si stanno facendo sentire in modo acuto da queste parti. Non stanno solo erodendo le coste, corrompendo le falde freatiche e compromettendo la poca agricoltura che qui si pratica. Stanno anche mettendo a rischio quella che è l’unica reale risorsa di queste isole: la pesca.

1 Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux. Les changements climatiques en Tunisie. Réalités et pistes d’adaptation pour le secteur des services publics, settembre 2021, https://ftdes.net/rapports/changementsclimatiques.fr.pdf

La fine del vecchio equilibrio

L’arcipelago è noto come il vivaio del Mediterraneo: è qui che, grazie ai fondali bassi e ricchi di posidonia oceanica, vengono a riprodursi pesci di ogni sorta. “Alle Kerkennah una volta c’era talmente tanto pesce che non uscivamo neanche a cercarlo. Veniva a impigliarsi da solo nelle reti”. Il 62enne Ramdhame Megdiche ha cominciato ad andare in barca con il padre quando di anni ne aveva solo 12. In questo mezzo secolo, ha visto il mare mutare profondamente e il mestiere andare in sofferenza. “Ormai peschiamo un quarto di quello che pescavamo trent’anni fa.

Anche la sharfiya, il nostro metodo tradizionale di pesca passiva, è in crisi”. Il sistema, che risalirebbe addirittura ai fenici, è basato sulla suddivisione del mare in porzioni date in usufrutto ai pescatori. Gli spazi in concessione sono delimitati da recinti di foglie di palma, su cui vengono costruiti percorsi obbligati che indirizzano i pesci verso le nasse. Un paio di volte al giorno, i pescatori vanno semplicemente a controllare cosa sia finito nelle trappole.

Il metodo è talmente unico che nel 2020 l’Unesco lo ha inscritto nella lista di patrimoni immateriali dell’umanità, come frutto di saggezza ancestrale ed esempio di sostenibilità2. I gestori della sharfiya svolgono infatti un duplice ruolo. Non fanno solo una pesca selettiva, meno distruttiva di quella operata dai pescherecci a strascico. Sono anche veri e propri custodi dei pezzi di mare loro assegnati: anno per anno, registrano il variare delle correnti, dello stato dei fondali, dei tipi di specie che catturano.

Particolare di granchi blu interi pronti per la lavorazione, all’interno della fabbrica “Jaradah Fish” di Gabes. Gabes, Tunisia, 2023.

Dal loro osservatorio privilegiato, i pescatori vedono che sta cambiando tutto. Il mare è più caldo. I pesci stanno scomparendo. E sono arrivati nuovi predatori, che modificano gli ecosistemi e competono per la risorsa con gli esseri umani. “Daesh, daesh. Solo daesh”, impreca Megdiche dal suo barchino mentre tira su le nasse. Dentro alle trappole si agitano decine di enormi granchi dalle chele blu. Presenza ormai costante nei fondali tunisini, i crostacei sono stati soprannominati come i combattenti dello stato islamico, perché hanno il loro stesso modus operandi: fanno tabula rasa di tutto ciò che incontrano.

Avvistati per la prima volta nel golfo di Gabès nel 2014, è dal 2017 che hanno preso il sopravvento. “Originario dell’Oceano Indiano, il portunus segnis è arrivato attraverso il canale di Suez e ha trovato in un Mediterraneo più caldo un habitat a lui consono, che gli ha permesso di proliferare”, spiega Jamila Ben Souissi, direttrice di ricerca all’Institut National Agronomique de Tunisie ed esperta di specie aliene marine.

Uno dei piccoli magazzini utilizzati dai pescatori per la loro attività di pesca e vendita del pesce. Kerkennah, Tunisia, 2022.

Al porto di El Attalya, uno dei principali dell’isola, il granchio blu è sulla bocca di tutti. Troneggia persino su un grande murale dipinto sulla parete di un magazzino proprio dietro le banchine. “Ma si tratta solo dell’ultimo episodio di un disastro che va avanti da anni”, aggiunge Megdiche. “Una volta bastava uscire a controllare le nasse. C’era di tutto: orate, spigole, gamberi, polpi. Poi pian piano si sono diradate le catture. Finché non è arrivato l’orrido daesh”.

Come è accaduto che il luogo più pescoso di tutto il Mediterraneo sia diventato così arido? Alcuni pescatori accusano la pesca a strascico, che ha distrutto i fondali e impedito la riproduzione delle specie. Megdiche punta il dito contro le trivellazioni petrolifere, a poca distanza della costa, che in più di un’occasione hanno provocato sversamenti. In questa situazione già critica, il progressivo riscaldamento delle acque ha facilitato il proliferare di organismi alieni come il portunus segnis. “Il cambiamento climatico è un acceleratore di crisi”, conferma Jamila Ben Souissi. “Le specie invasive occupano nicchie ecologiche rimaste vuote a causa di vari fattori, come l’eccesso di pesca e l’inquinamento. Hanno un impatto particolarmente devastante su eco-sistemi resi fragili dall’azione umana”. A supporto della sua tesi, l’esperta porta l’esempio di uno studio comparato che ha condotto con la sua équipe in Tunisia e in Libia: nel primo paese, dove le praterie di posidonia oceanica sono degradate, il granchio blu ha fatto danni irreparabili; nel secondo, dove sono intatte, il crostaceo invasore ha avuto un impatto trascurabile.

Rifugiati ambientali?

E’ possibile dire che il cambiamento climatico svolge questo ruolo di acceleratore anche sulla questione migratoria? “I giovani che partono per mare devono essere considerati rifugiati ambientali”, sostiene il geografo Habib Ayeb, professore emerito all’Università di Parigi 8-Saint Denis. “Partono perché le condizioni degli ambienti in cui vivono, che garantivano la loro sussistenza, sono irrimediabilmente mutate. La pesca non dà più reddito, così come non lo dà l’agricoltura. I ragazzi che arrivano a Lampedusa vengono da quegli ambienti compromessi”. In realtà, la definizione di “rifugiato ambientale” non ha rilevanza nel diritto internazionale e gli stessi studiosi sono divisi circa la sua pertinenza. La maggioranza insiste sul carattere intrinsecamente multifattoriale della scelta di emigrare e sulla difficoltà, per non dire impossibilità, di separare l’incidenza del fattore ambientale
da quello di altre variabili di contesto (economiche, politiche, culturali) o di natura personale e familiare3.

Se la pesca non dà più reddito, i pescatori rimasti alla Kerkennah finiscono per arrabattarsi come possono. Rivedono le loro tecniche e cercano in qualche modo di raschiare il fondo del barile. Così, alcuni stanno abbandonando la pesca artigianale e si dedicano allo strascico.

Un pescatore sta riparando le reti da pesca nel porto di Kraten. Isole Kerkennah, Tunisia, 2023.

“Non si rendono conto che in questo modo si stanno scavando la fossa con le loro stesse mani”, si infiamma Ahmed Souissi, presidente dell’Associazione Kraten per lo sviluppo sostenibile, che da anni mette in guardia sui rischi di questa pratica. Chiamato kiss (borsa in arabo, a indicare metaforicamente il tipo di rete utilizzata), questo metodo di pesca è stato dichiarato illegale già nel 1942, ma è in realtà ampiamente praticato4. “Solo alla Kerkennah ci sono un centinaio di barche che lo fanno. Se poi consideriamo gli altri porti del golfo di Gabès, da Sfax a Sidi Mansour superiamo quota 500”, sottolinea l’attivista. Basta fare un giro al molo di Sidi Youssef, all’estremità orientale dell’isola, per verificare le sue parole: decine di barche con la tipica rete a forma di imbuto agganciata alla puleggia con cui viene calata sul fondale sono ormeggiate alle banchine. Lavorano alla luce del sole, a pochi decine di metri di distanza dal molo di attracco del traghetto, dove c’è un presidio permanente delle forze di polizia. Souissi parla di un vero e proprio circolo vizioso. “Lo strascico distrugge l’eco-sistema e priva i piccoli pescatori della risorsa. Così accade che molti di loro si spingono ad attuare a loro volta questa pratica per garantirsi un reddito, senza capire che a breve non ce ne sarà più per nessuno”.

Ali Abderzzak è l’incarnazione vivente dell’esempio descritto da Souissi. Noto al porto di El Attaya con il nomignolo di “sgombro”, questo pescatore di 47 anni ha deciso un giorno che non ne poteva più di lavorare in perdita. E si è messo a praticare il kiss. “Sapevo che non era giusto, ma ero con le spalle al muro. Noi delle Kerkennah abbiamo sempre pescato in modo tradizionale. Ma poi abbiamo cominciato a vedere i pescherecci a strascico provenienti dalla costa che ci sottraevamo il pesce. In quel momento ho pensato che l’unico modo era competere con loro ad armi pari”. Lo ha fatto per alcuni anni. Ma poi ha smesso: “Io qui conosco tutti e quando incontravo i miei colleghi leggevo la riprovazione nei loro occhi”. Nelle zone più occidentali dell’arcipelago il kiss è ancora malvisto, a differenza di quanto avviene nella parte orientale, più vicina alla costa tunisina, dove è largamente praticato e tollerato. Oggi Abderzzak è tornato ai vecchi metodi di pesca, ma come tutti qui non ha alcuna fiducia nel futuro. “Non c’è più niente da fare”. Lui che è figlio, nipote e bisnipote di pescatori, immagina per i suoi due bambini un futuro diverso. “Devono studiare e andare via di qui”.

3. Robert McLeman, François Gemenne (edit), Routledge Handbook of Environmental Displacement and Migration, 2018, https://www.routledge.com/Routledge-Handbook-of-%20Environmental-Displacement-and-Migration/McLeman-Gemenne/p/book/9780367521509

4. Europea Justice Foundation, Kiss of death. How illegal bottom trawling threatens ecosystems and livelihoods in Tunisia, marzo 2023. https://ejfoundation.org/reports/kiss-of-death-how-illegal-bottom-trawling-threatens-ecosystems-and-livelihoods-in-tunisia

Il giro di vite e le sue conseguenze

Una piccola barca lasciata accanto alla strada principale delle Kerkennah. Isole Kerkennah, Tunisia, 2022.

Quella di andare via è una scelta che hanno già fatto in molti, avventurandosi in modo irregolare lungo una frontiera che non hanno mai considerato tale. La storia di Habib Achoui, che ha attraversato il canale sei volte, è tutt’altro che infrequente. Tutte le famiglie hanno un membro che è passato dall’altra parte; molti sono partiti più volte, in una specie di migrazione oscillatoria che ricorda i tempi lontani in cui lo spazio mediterraneo non era ancora blindato dalle politiche restrittive dei visti ma era un luogo in cui si era liberi di circolare.

Il via vai è favorito da una consuetudine non scritta, secondo cui gli abitanti delle Kerkennah non pagano il viaggio. “Da qui vengono da tutta la Tunisia per partire. A noi gli scafisti ci fanno salire gratis, forse per evitare problemi o denunce”, sottolinea Achoui. Oggi, continua il ragazzo, è tutto fermo. Non ci sono partenze. “La polizia e la guardia nazionale hanno arrestato tutti gli scafisti e controllano ogni persona che sale sul traghetto”. Ma presto, assicura il ragazzo, “tutto ripartirà”.

La stretta sembra il risultato degli accordi che l’Unione Europea ha negoziato negli ultimi tempi con la Tunisia. Il 16 luglio 2023, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni e l’allora premier olandese Mark Rutte hanno incontrato a Tunisi il presidente Kais Saied. In quell’occasione è stato firmato un memorandum d’intesa che prevede tra le altre cose una cooperazione in materia migratoria e lo stanziamento di fondi europei alla Tunisia5. La missione è stata lo sbocco di un’intensa attività diplomatica da parte del governo italiano, preoccupato dall’aumento delle partenze dalle coste tunisine verso Lampedusa. Nei primi 10 mesi del 2023, secondo i dati presentati dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), gli arrivi dalla Tunisia hanno registrato un’incidenza doppia rispetto a quelli dalla Libia: quasi 92mila imbarchi dalle coste tunisine contro i 44mila dalle coste libiche6.
In realtà, gli accordi siglati a Tunisi non sono ancora pienamente operativi: in ottobre il presidente tunisino ha respinto l’offerta economica europea, definendola “una carità”7. Ma ha comunque operato una stretta sulle partenze, che si è concretizzata in un aumento di controlli e in vere e proprie retate contro i cittadini sub-sahariani nel paese, che in diversi casi sono stati respinti illegalmente verso la Libia8. La questione migratoria, che negli anni scorsi è sempre stata marginale nel dibattito pubblico9, sembra aver assunto negli ultimi tempi un’accresciuta rilevanza politica, come elemento di negoziato nei rapporti tra il paese e l’Unione Europea e come strumento per garantirsi uno spazio di autonomia in chiave nazionalista da parte del presidente Saied in un momento in cui ha avviato una stretta autoritaria all’interno del paese10.

Gli abitanti delle Kerkennah non conoscono gli accordi e le politiche messe in atto a Tunisi. Ma la realtà dell’emigrazione la toccano con mano da anni. Quasi tutti raccontano di aver visto cadaveri fluttuare sull’acqua o arrivare sulle spiagge. Si tratta per lo più di sub-sahariani partiti dalla Libia e ultimamente anche dalle coste tunisine. “Capita di incrociarli quando usciamo a pescare. Le correnti li portano verso le nostre isole, anche se sono partiti da Sfax, da Zarzis o da altri posti più lontani”, spiega Megdiche. In quel caso, continua il pescatore, si chiama la guardia nazionale e si aspetta il suo intervento.

Dei dipendenti di una ditta di costruzione di piccole imbarcazioni, costruiscono in serie dei piccoli natanti. Dal 2011 le richieste delle “flucat” (piccole barche) è aumentata per via dell’aumento delle traversate dalla Tunisia verso la Sicilia. Zarzis, Tunisia, 2021.

I sub-sahariani non salpano dalle Kerkennah; i controlli sul traghetto da Sfax sono ferrei e verrebbero bloccati subito. In compenso, negli ultimi anni, le isole sono diventate uno dei punti privilegiati delle partenze dei tunisini verso Lampedusa. “Fino al 2017 nessuno si imbarcava da qui”, spiega Ahmed Souissi. “Poi la crisi della pesca ha cambiato la situazione. I pescatori hanno cominciato a vendere le barche agli scafisti per garantirsi quell’utile immediato che la pesca non forniva più”. Souissi snocciola dati precisi: “Una barca usata si vende oggi a 10mila dinari (circa 3350 euro), che è una cifra nettamente più alta di quella che si può mettere insieme in una stagione di pesca alle condizioni attuali, al netto dei costi di manutenzione e di gasolio. Questo ha spinto molti pescatori a cedere le barche, in attesa di tempi migliori”.

Souissi parla di un legame evidente tra crisi ambientale ed emigrazione, tra i mancati introiti di una pesca che non tira più e la crescente disponibilità di barche per la traversata – oltre che di capitani, reclutati fra i pescatori o i figli dei pescatori. Qui tutti conoscono il mare a menadito: non è difficile trovare fra i candidati all’emigrazione qualcuno che si faccia carico di tenere il timone. L’esodo ha dimensioni rilevanti: dati precisi per questa specifica rotta non esistono, ma basta chiedere in giro per vedere che in ogni famiglia c’è un figlio o un fratello che ha scelto la via dell’esilio.

Non che si tratti di una prerogativa delle sole Kerkennah. Le partenze dei giovani tunisini appaiono in costante aumento. La crisi sociale ed economica che attanaglia il paese nordafricano ingrossa le fila del numero di candidati all’emigrazione. “La migrazione irregolare, che una volta era un emblema di fallimento, è diventata simbolo di riscatto, se non di superiorità. È un cambiamento radicale, in cui ognuno cerca una via di salvezza individuale da una società che non offre prospettive”, sottolinea
Mohamed Jouili, professore di sociologia all’Università di Tunisi ed ex direttore generale dell’osservatorio nazionale sulla gioventù. “Oggi in Tunisia tutti vogliono emigrare. È diventata una specie di ossessione”.

Le parole di Jouili sono confermate dalle cifre degli arrivi in Italia. Negli ultimi tre anni, la quota di tunisini è in progressiva crescita: erano 12.883 nel 2020, rappresentando il 38% degli sbarchi e di gran lunga il gruppo prevalente. Poi 15.671 nel 2021; 18.148 nel 2022 e, con una lieve flessione determinata probabilmente dal blocco degli ultimi mesi, 17.322 nel 202311. Sono cifre ben lontane dall’esodo biblico paventato da alcuni esponenti politici italiani12, ma segnalano una tendenza.

5 https://www.governo.it/sites/governo.it/files/M_morandum_d_entente_sur_un_

partenariat_strat_gique_et_global_entre_l_Union_europ_enne_et_la_Tunisie.pdf

6 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/migranti-e-migrazioni-in-italia-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-126051

7 Monia Ben Hamadi, En Tunisie, le président Kaïs Saïed se rebelle contre la politique migratoire européenne, Le Monde, 3 ottobre 2023, https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/10/03/en-tunisie-le-president-kais-saied-se-rebelle-contre-la-politique-migratoire-europeenne_6192258_3212.html

8 Human rights watch, Tunisia: Crisis as Black Africans Expelled to Libya Border,
https://www.hrw.org/news/2023/07/06/tunisia-crisis-black-africans-expelled-libya-border

9 Si veda in proposito questo studio realizzato da FIERI: Emanuela Roman, Ferruccio Pastore, Analysing Migration Policy Frames of Tunisian Civil Society Organizations: How Do They Evaluate EU Migration Policies? Medreset working paper n. 14, giugno 2018.
https://www.iai.it/en/pubblicazioni/analysing-migration-policy-frames-tunisian-civil-society-organizations-how-do-they

10 Il 21 febbraio 2023, il presidente Saied ha accusato gli immigrati sub-sahariani di attuare un “piano criminale volto a modificare la composizione del panorama demografico in Tunisia”, dando ilvia alle persecuzioni e alle retate. Lilia Blaise, “En Tunisie, le président Kaïs Saïed s’en prend aux migrants subsahariens”, Le Monde, 22 febbraio 2023,
https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/02/22/en-tunisie-le-president-kais-saied-s-en-prend-aux-migrants-subsahariens_6162908_3212.html

11 Dati del ministero dell’interno, dipartimento libertà civili e immigrazione.
https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati

12 A commento del memorandum d’intesa tra Unione europea e Tunisia, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Tommaso Foti ha dichiarato: “È un partenariato strategico che permetterà in primis di controllare flussi irregolari e a scongiurare un esodo biblico con pesanti ricadute soprattutto per l’Italia”, Agenparl, 16 luglio 2023, https://agenparl.eu/2023/07/16/meloni-fotifdi-orgogliosi-per-risultato-a-tunisi-impensabile-mesi-fa/

Cause profonde, soluzioni complesse

L’ossessione di cui parla il professore appare dettata da concrete cause materiali13. Nel terzo trimestre del 2023, il tasso di disoccupazione giovanile in Tunisia ha toccato il 39 per cento14. Anche alle Kerkennah, i giovani sono sempre meno propensi a restare. Osservano i loro genitori arrabattarsi in battute di pesca sempre meno proficue. Respirano la crisi ogni giorno e non vedono altra via di salvezza che la fuga.

Come fermare questa emorragia? Ahmed Souissi è convinto che gli accordi di sicurezza e la militarizzazione delle frontiere non siano la strada giusta. “Bisogna ridare un’economia a questi luoghi, bloccando il consumo dissennato di risorse e spingendo per uno sviluppo sostenibile”. Con la sua associazione è riuscito a far dichiarare la zona nord del mare prospiciente l’isola area marina protetta per un’estensione di mille chilometri quadrati. Il piano prevede una regolamentazione ferrea della pesca, la creazione di un santuario per le tartarughe marine che finiscono impigliate nelle reti, un’attività di eco-turismo e una sensibilizzazione contro lo strascico illegale. Nel luglio 2023, il Medfund, un fondo ambientale che si occupa proprio di conservare la biodiversità marina nel Mediterraneo, ha stanziato 286mila dollari per sostenere queste attività. “Ma è una corsa contro il tempo: ogni giorno che passa si perdono metri quadri di posidonia come risultato del kiss. E si degrada l’ambiente in modo irreparabile”, dice Souissi. “Ci vorrebbero più fondi e un maggiore interessamento di tutti gli stati del Mediterraneo, perché quello che accade qui alle Kerkennah ha ripercussioni su tutto il bacino”.

Alcuni pescatori durante una battuta di pesca. Kraten, Kerkennah, Tunisia 2022.

Al porto di Kraten, dove è attiva l’associazione di Souissi, l’ex funzionario Salem Cheikh ha una piccola barca con cui esce a pescare quando ne ha voglia. Guarda il mare che gli ha invaso casa più di un anno fa e che oggi è insolitamente tranquillo. “Spero che le cose possano andare meglio. Io ormai sono vecchio, ma mi dispiacerebbe se i miei figli fossero costretti ad abbandonare quest’isola che ci ha dato tanto”.

13 Si veda anche Roman, Pastore, Analysing Migration Policy Frame cit, p. 15.

14 Fonte: Institut national de la statistique de Tunisie, https://www.ins.tn/publication/indicateurs-de-lemploi-et-du-chomage-troisieme-trimestre-2023

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
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FIERI SEGNALA
DA PESCATORI A MIGRANTI. Quello che il laboratorio tunisino ci può insegnare sul nesso ambiente-migrazioni
17 Gennaio 2024
Habib Achoui indica il luogo da cui è partito per l’Europa. Gabes, Tunisia, 2023.

Habib Achoui guarda il mare e sembra spingere i pensieri al di là dell’orizzonte. “Per me attraversare il canale di Sicilia era come uscire a passeggiare”. Oggi ventunenne, il giovane tunisino ha fatto la traversata sei volte, la prima aveva appena quindici anni. Seduto a un tavolino del bar alla periferia di El Attalya dove ogni sera si ritrovano i pescatori, indica il punto preciso da cui è partito. “Stavo bevendo una birra con un amico. Abbiamo visto una barca che stava salpando e siamo saltati su. È stata una decisione improvvisa”. Mostra sul cellulare le immagini di quel viaggio: il suo viso imberbe ancora marchiato dall’adolescenza e la mano destra che fa il segno della V a indicare l’arrivo in Italia. Racconta tutto come se fosse partito per l’Erasmus: l’accoglienza nella casa-famiglia, i giri che ha fatto in Europa, i lavori precari, i rimpatri assistiti, le nuove traversate e l’ultima espulsione a causa di “una cosa che ho fatto non proprio pulita”. Oggi ha deciso di mettere la testa a posto: lavora sulla barca di suo zio e giura che non vuole più partire. Ma molti dei suoi amici sono andati, per vezzo, scoperta o perché sentivano i loro genitori lamentarsi del pesce che è sempre meno e della vita ogni giorno più cara.

Un avamposto del cambiamento

Alle isole Kerkennah, lingue sabbiose a poche miglia dalla città tunisina di Sfax, l’emigrazione verso l’Europa attraversa le famiglie come una faglia generazionale. I figli non vogliono più fare il mestiere dei padri. E prendono la via della fuga, sfruttando le conoscenze del mare e la vicinanza geografica: Lampedusa è a 120 chilometri, una notte di viaggio e sei arrivato. La prospettiva di “bruciare la frontiera” domina i discorsi dei giovani, che sempre più spesso partono ancora in età scolare, perché sanno che se arrivano in Italia da minorenni non potranno essere espulsi. C’è chi la definisce un’ossessione generata dalle illusioni veicolate dai social media; chi la lega alle mutate condizioni economiche e politiche del paese nordafricano, avviluppato in una crisi di cui non si vede la fine. E chi mette in relazione questo desiderio di fuga con il degradarsi delle condizioni ambientali, che per secoli hanno garantito la sopravvivenza e una moderata prosperità agli abitanti di questi luoghi.

Ricondurre l’esodo dei giovani tunisini a un’unica causa è esercizio difficile e forse fuorviante: la realtà appare sfumata ed è probabilmente l’insieme di tutte queste motivazioni a costituire un complesso composito alla radice del fenomeno. Quel che è certo è che le isole Kerkennah sono un laboratorio per comprendere il possibile legame tra crisi climatica ed emigrazione e per provare a determinare quanto i mutamenti ambientali che stanno scuotendo il Mediterraneo sono suscettibili di accelerare processi già in nuce e produrre flussi migratori più vistosi nel corso dei prossimi anni.

Vista delle isole Kerkennah. Kerkennah, Tunisia, 2023.

Al largo del golfo di Gabès, nel sud della Tunisia, le Kerkennah sono un arcipelago di dodici isole. Arrivarci da Sfax, la città portuale a cui le connette un traghetto nove volte al giorno, equivale a fare un tuffo nel passato: i rumori e la frenesia della metropoli lasciano spazio a vie sabbiose battute dal vento e costeggiate da palme da dattero. Le uniche due isole abitate sono unite da un ponte e da una strada che le taglia longitudinalmente. Basta deviare di qualche centinaio di metri e si arriva al mare: la larghezza massima è sette chilometri, ma la media è tre. Il punto più elevato è 13 metri sul livello del mare. Date queste condizioni, l’arcipelago è particolarmente esposto agli effetti dei mutamenti climatici, che stanno provocando un innalzamento del Mediterraneo e un incremento degli eventi atmosferici estremi. Oggi le Kerkennah sono al centro di una crisi ambientale che è in un certo senso cartina di tornasole della crisi più ampia che attraversa tutta la Tunisia1.

Alla fine del 2022, l’isola è stata sferzata da una tempesta mai vista prima. “Era la notte tra il 26 e il 27 novembre. Abbiamo sentito come un ululato. Era il vento che buttava l’acqua contro le strade. In pochi minuti ci siamo trovati il mare in salotto”, racconta Salem Cheikh. Questo funzionario in pensione vive a Kraten, un paesino sulla punta più estrema dell’arcipelago. La sua casa, in cui abita insieme alla moglie e i tre figli, è a poca distanza dalla riva, in linea d’aria saranno 500 metri. “In sessantacinque anni di vita, non avevo mai visto nulla di simile. Pensavamo di finire sommersi”, ricorda ancora con terrore.
La tempesta del novembre 2022, che ha reso inutilizzabili i campi invasi dall’acqua salata, è la punta di un iceberg ben più corposo, che sta minacciando la sopravvivenza stessa della comunità. Gli effetti del surriscaldamento globale si stanno facendo sentire in modo acuto da queste parti. Non stanno solo erodendo le coste, corrompendo le falde freatiche e compromettendo la poca agricoltura che qui si pratica. Stanno anche mettendo a rischio quella che è l’unica reale risorsa di queste isole: la pesca.

1 Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux. Les changements climatiques en Tunisie. Réalités et pistes d’adaptation pour le secteur des services publics, settembre 2021, https://ftdes.net/rapports/changementsclimatiques.fr.pdf

La fine del vecchio equilibrio

L’arcipelago è noto come il vivaio del Mediterraneo: è qui che, grazie ai fondali bassi e ricchi di posidonia oceanica, vengono a riprodursi pesci di ogni sorta. “Alle Kerkennah una volta c’era talmente tanto pesce che non uscivamo neanche a cercarlo. Veniva a impigliarsi da solo nelle reti”. Il 62enne Ramdhame Megdiche ha cominciato ad andare in barca con il padre quando di anni ne aveva solo 12. In questo mezzo secolo, ha visto il mare mutare profondamente e il mestiere andare in sofferenza. “Ormai peschiamo un quarto di quello che pescavamo trent’anni fa.

Anche la sharfiya, il nostro metodo tradizionale di pesca passiva, è in crisi”. Il sistema, che risalirebbe addirittura ai fenici, è basato sulla suddivisione del mare in porzioni date in usufrutto ai pescatori. Gli spazi in concessione sono delimitati da recinti di foglie di palma, su cui vengono costruiti percorsi obbligati che indirizzano i pesci verso le nasse. Un paio di volte al giorno, i pescatori vanno semplicemente a controllare cosa sia finito nelle trappole.

Il metodo è talmente unico che nel 2020 l’Unesco lo ha inscritto nella lista di patrimoni immateriali dell’umanità, come frutto di saggezza ancestrale ed esempio di sostenibilità2. I gestori della sharfiya svolgono infatti un duplice ruolo. Non fanno solo una pesca selettiva, meno distruttiva di quella operata dai pescherecci a strascico. Sono anche veri e propri custodi dei pezzi di mare loro assegnati: anno per anno, registrano il variare delle correnti, dello stato dei fondali, dei tipi di specie che catturano.

Particolare di granchi blu interi pronti per la lavorazione, all’interno della fabbrica “Jaradah Fish” di Gabes. Gabes, Tunisia, 2023.

Dal loro osservatorio privilegiato, i pescatori vedono che sta cambiando tutto. Il mare è più caldo. I pesci stanno scomparendo. E sono arrivati nuovi predatori, che modificano gli ecosistemi e competono per la risorsa con gli esseri umani. “Daesh, daesh. Solo daesh”, impreca Megdiche dal suo barchino mentre tira su le nasse. Dentro alle trappole si agitano decine di enormi granchi dalle chele blu. Presenza ormai costante nei fondali tunisini, i crostacei sono stati soprannominati come i combattenti dello stato islamico, perché hanno il loro stesso modus operandi: fanno tabula rasa di tutto ciò che incontrano.

Avvistati per la prima volta nel golfo di Gabès nel 2014, è dal 2017 che hanno preso il sopravvento. “Originario dell’Oceano Indiano, il portunus segnis è arrivato attraverso il canale di Suez e ha trovato in un Mediterraneo più caldo un habitat a lui consono, che gli ha permesso di proliferare”, spiega Jamila Ben Souissi, direttrice di ricerca all’Institut National Agronomique de Tunisie ed esperta di specie aliene marine.

Uno dei piccoli magazzini utilizzati dai pescatori per la loro attività di pesca e vendita del pesce. Kerkennah, Tunisia, 2022.

Al porto di El Attalya, uno dei principali dell’isola, il granchio blu è sulla bocca di tutti. Troneggia persino su un grande murale dipinto sulla parete di un magazzino proprio dietro le banchine. “Ma si tratta solo dell’ultimo episodio di un disastro che va avanti da anni”, aggiunge Megdiche. “Una volta bastava uscire a controllare le nasse. C’era di tutto: orate, spigole, gamberi, polpi. Poi pian piano si sono diradate le catture. Finché non è arrivato l’orrido daesh”.

Come è accaduto che il luogo più pescoso di tutto il Mediterraneo sia diventato così arido? Alcuni pescatori accusano la pesca a strascico, che ha distrutto i fondali e impedito la riproduzione delle specie. Megdiche punta il dito contro le trivellazioni petrolifere, a poca distanza della costa, che in più di un’occasione hanno provocato sversamenti. In questa situazione già critica, il progressivo riscaldamento delle acque ha facilitato il proliferare di organismi alieni come il portunus segnis. “Il cambiamento climatico è un acceleratore di crisi”, conferma Jamila Ben Souissi. “Le specie invasive occupano nicchie ecologiche rimaste vuote a causa di vari fattori, come l’eccesso di pesca e l’inquinamento. Hanno un impatto particolarmente devastante su eco-sistemi resi fragili dall’azione umana”. A supporto della sua tesi, l’esperta porta l’esempio di uno studio comparato che ha condotto con la sua équipe in Tunisia e in Libia: nel primo paese, dove le praterie di posidonia oceanica sono degradate, il granchio blu ha fatto danni irreparabili; nel secondo, dove sono intatte, il crostaceo invasore ha avuto un impatto trascurabile.

Rifugiati ambientali?

E’ possibile dire che il cambiamento climatico svolge questo ruolo di acceleratore anche sulla questione migratoria? “I giovani che partono per mare devono essere considerati rifugiati ambientali”, sostiene il geografo Habib Ayeb, professore emerito all’Università di Parigi 8-Saint Denis. “Partono perché le condizioni degli ambienti in cui vivono, che garantivano la loro sussistenza, sono irrimediabilmente mutate. La pesca non dà più reddito, così come non lo dà l’agricoltura. I ragazzi che arrivano a Lampedusa vengono da quegli ambienti compromessi”. In realtà, la definizione di “rifugiato ambientale” non ha rilevanza nel diritto internazionale e gli stessi studiosi sono divisi circa la sua pertinenza. La maggioranza insiste sul carattere intrinsecamente multifattoriale della scelta di emigrare e sulla difficoltà, per non dire impossibilità, di separare l’incidenza del fattore ambientale
da quello di altre variabili di contesto (economiche, politiche, culturali) o di natura personale e familiare3.

Se la pesca non dà più reddito, i pescatori rimasti alla Kerkennah finiscono per arrabattarsi come possono. Rivedono le loro tecniche e cercano in qualche modo di raschiare il fondo del barile. Così, alcuni stanno abbandonando la pesca artigianale e si dedicano allo strascico.

Un pescatore sta riparando le reti da pesca nel porto di Kraten. Isole Kerkennah, Tunisia, 2023.

“Non si rendono conto che in questo modo si stanno scavando la fossa con le loro stesse mani”, si infiamma Ahmed Souissi, presidente dell’Associazione Kraten per lo sviluppo sostenibile, che da anni mette in guardia sui rischi di questa pratica. Chiamato kiss (borsa in arabo, a indicare metaforicamente il tipo di rete utilizzata), questo metodo di pesca è stato dichiarato illegale già nel 1942, ma è in realtà ampiamente praticato4. “Solo alla Kerkennah ci sono un centinaio di barche che lo fanno. Se poi consideriamo gli altri porti del golfo di Gabès, da Sfax a Sidi Mansour superiamo quota 500”, sottolinea l’attivista. Basta fare un giro al molo di Sidi Youssef, all’estremità orientale dell’isola, per verificare le sue parole: decine di barche con la tipica rete a forma di imbuto agganciata alla puleggia con cui viene calata sul fondale sono ormeggiate alle banchine. Lavorano alla luce del sole, a pochi decine di metri di distanza dal molo di attracco del traghetto, dove c’è un presidio permanente delle forze di polizia. Souissi parla di un vero e proprio circolo vizioso. “Lo strascico distrugge l’eco-sistema e priva i piccoli pescatori della risorsa. Così accade che molti di loro si spingono ad attuare a loro volta questa pratica per garantirsi un reddito, senza capire che a breve non ce ne sarà più per nessuno”.

Ali Abderzzak è l’incarnazione vivente dell’esempio descritto da Souissi. Noto al porto di El Attaya con il nomignolo di “sgombro”, questo pescatore di 47 anni ha deciso un giorno che non ne poteva più di lavorare in perdita. E si è messo a praticare il kiss. “Sapevo che non era giusto, ma ero con le spalle al muro. Noi delle Kerkennah abbiamo sempre pescato in modo tradizionale. Ma poi abbiamo cominciato a vedere i pescherecci a strascico provenienti dalla costa che ci sottraevamo il pesce. In quel momento ho pensato che l’unico modo era competere con loro ad armi pari”. Lo ha fatto per alcuni anni. Ma poi ha smesso: “Io qui conosco tutti e quando incontravo i miei colleghi leggevo la riprovazione nei loro occhi”. Nelle zone più occidentali dell’arcipelago il kiss è ancora malvisto, a differenza di quanto avviene nella parte orientale, più vicina alla costa tunisina, dove è largamente praticato e tollerato. Oggi Abderzzak è tornato ai vecchi metodi di pesca, ma come tutti qui non ha alcuna fiducia nel futuro. “Non c’è più niente da fare”. Lui che è figlio, nipote e bisnipote di pescatori, immagina per i suoi due bambini un futuro diverso. “Devono studiare e andare via di qui”.

3. Robert McLeman, François Gemenne (edit), Routledge Handbook of Environmental Displacement and Migration, 2018, https://www.routledge.com/Routledge-Handbook-of-%20Environmental-Displacement-and-Migration/McLeman-Gemenne/p/book/9780367521509

4. Europea Justice Foundation, Kiss of death. How illegal bottom trawling threatens ecosystems and livelihoods in Tunisia, marzo 2023. https://ejfoundation.org/reports/kiss-of-death-how-illegal-bottom-trawling-threatens-ecosystems-and-livelihoods-in-tunisia

Il giro di vite e le sue conseguenze

Una piccola barca lasciata accanto alla strada principale delle Kerkennah. Isole Kerkennah, Tunisia, 2022.

Quella di andare via è una scelta che hanno già fatto in molti, avventurandosi in modo irregolare lungo una frontiera che non hanno mai considerato tale. La storia di Habib Achoui, che ha attraversato il canale sei volte, è tutt’altro che infrequente. Tutte le famiglie hanno un membro che è passato dall’altra parte; molti sono partiti più volte, in una specie di migrazione oscillatoria che ricorda i tempi lontani in cui lo spazio mediterraneo non era ancora blindato dalle politiche restrittive dei visti ma era un luogo in cui si era liberi di circolare.

Il via vai è favorito da una consuetudine non scritta, secondo cui gli abitanti delle Kerkennah non pagano il viaggio. “Da qui vengono da tutta la Tunisia per partire. A noi gli scafisti ci fanno salire gratis, forse per evitare problemi o denunce”, sottolinea Achoui. Oggi, continua il ragazzo, è tutto fermo. Non ci sono partenze. “La polizia e la guardia nazionale hanno arrestato tutti gli scafisti e controllano ogni persona che sale sul traghetto”. Ma presto, assicura il ragazzo, “tutto ripartirà”.

La stretta sembra il risultato degli accordi che l’Unione Europea ha negoziato negli ultimi tempi con la Tunisia. Il 16 luglio 2023, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni e l’allora premier olandese Mark Rutte hanno incontrato a Tunisi il presidente Kais Saied. In quell’occasione è stato firmato un memorandum d’intesa che prevede tra le altre cose una cooperazione in materia migratoria e lo stanziamento di fondi europei alla Tunisia5. La missione è stata lo sbocco di un’intensa attività diplomatica da parte del governo italiano, preoccupato dall’aumento delle partenze dalle coste tunisine verso Lampedusa. Nei primi 10 mesi del 2023, secondo i dati presentati dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), gli arrivi dalla Tunisia hanno registrato un’incidenza doppia rispetto a quelli dalla Libia: quasi 92mila imbarchi dalle coste tunisine contro i 44mila dalle coste libiche6.
In realtà, gli accordi siglati a Tunisi non sono ancora pienamente operativi: in ottobre il presidente tunisino ha respinto l’offerta economica europea, definendola “una carità”7. Ma ha comunque operato una stretta sulle partenze, che si è concretizzata in un aumento di controlli e in vere e proprie retate contro i cittadini sub-sahariani nel paese, che in diversi casi sono stati respinti illegalmente verso la Libia8. La questione migratoria, che negli anni scorsi è sempre stata marginale nel dibattito pubblico9, sembra aver assunto negli ultimi tempi un’accresciuta rilevanza politica, come elemento di negoziato nei rapporti tra il paese e l’Unione Europea e come strumento per garantirsi uno spazio di autonomia in chiave nazionalista da parte del presidente Saied in un momento in cui ha avviato una stretta autoritaria all’interno del paese10.

Gli abitanti delle Kerkennah non conoscono gli accordi e le politiche messe in atto a Tunisi. Ma la realtà dell’emigrazione la toccano con mano da anni. Quasi tutti raccontano di aver visto cadaveri fluttuare sull’acqua o arrivare sulle spiagge. Si tratta per lo più di sub-sahariani partiti dalla Libia e ultimamente anche dalle coste tunisine. “Capita di incrociarli quando usciamo a pescare. Le correnti li portano verso le nostre isole, anche se sono partiti da Sfax, da Zarzis o da altri posti più lontani”, spiega Megdiche. In quel caso, continua il pescatore, si chiama la guardia nazionale e si aspetta il suo intervento.

Dei dipendenti di una ditta di costruzione di piccole imbarcazioni, costruiscono in serie dei piccoli natanti. Dal 2011 le richieste delle “flucat” (piccole barche) è aumentata per via dell’aumento delle traversate dalla Tunisia verso la Sicilia. Zarzis, Tunisia, 2021.

I sub-sahariani non salpano dalle Kerkennah; i controlli sul traghetto da Sfax sono ferrei e verrebbero bloccati subito. In compenso, negli ultimi anni, le isole sono diventate uno dei punti privilegiati delle partenze dei tunisini verso Lampedusa. “Fino al 2017 nessuno si imbarcava da qui”, spiega Ahmed Souissi. “Poi la crisi della pesca ha cambiato la situazione. I pescatori hanno cominciato a vendere le barche agli scafisti per garantirsi quell’utile immediato che la pesca non forniva più”. Souissi snocciola dati precisi: “Una barca usata si vende oggi a 10mila dinari (circa 3350 euro), che è una cifra nettamente più alta di quella che si può mettere insieme in una stagione di pesca alle condizioni attuali, al netto dei costi di manutenzione e di gasolio. Questo ha spinto molti pescatori a cedere le barche, in attesa di tempi migliori”.

Souissi parla di un legame evidente tra crisi ambientale ed emigrazione, tra i mancati introiti di una pesca che non tira più e la crescente disponibilità di barche per la traversata – oltre che di capitani, reclutati fra i pescatori o i figli dei pescatori. Qui tutti conoscono il mare a menadito: non è difficile trovare fra i candidati all’emigrazione qualcuno che si faccia carico di tenere il timone. L’esodo ha dimensioni rilevanti: dati precisi per questa specifica rotta non esistono, ma basta chiedere in giro per vedere che in ogni famiglia c’è un figlio o un fratello che ha scelto la via dell’esilio.

Non che si tratti di una prerogativa delle sole Kerkennah. Le partenze dei giovani tunisini appaiono in costante aumento. La crisi sociale ed economica che attanaglia il paese nordafricano ingrossa le fila del numero di candidati all’emigrazione. “La migrazione irregolare, che una volta era un emblema di fallimento, è diventata simbolo di riscatto, se non di superiorità. È un cambiamento radicale, in cui ognuno cerca una via di salvezza individuale da una società che non offre prospettive”, sottolinea
Mohamed Jouili, professore di sociologia all’Università di Tunisi ed ex direttore generale dell’osservatorio nazionale sulla gioventù. “Oggi in Tunisia tutti vogliono emigrare. È diventata una specie di ossessione”.

Le parole di Jouili sono confermate dalle cifre degli arrivi in Italia. Negli ultimi tre anni, la quota di tunisini è in progressiva crescita: erano 12.883 nel 2020, rappresentando il 38% degli sbarchi e di gran lunga il gruppo prevalente. Poi 15.671 nel 2021; 18.148 nel 2022 e, con una lieve flessione determinata probabilmente dal blocco degli ultimi mesi, 17.322 nel 202311. Sono cifre ben lontane dall’esodo biblico paventato da alcuni esponenti politici italiani12, ma segnalano una tendenza.

5 https://www.governo.it/sites/governo.it/files/M_morandum_d_entente_sur_un_

partenariat_strat_gique_et_global_entre_l_Union_europ_enne_et_la_Tunisie.pdf

6 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/migranti-e-migrazioni-in-italia-la-dashboard-con-tutti-i-numeri-126051

7 Monia Ben Hamadi, En Tunisie, le président Kaïs Saïed se rebelle contre la politique migratoire européenne, Le Monde, 3 ottobre 2023, https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/10/03/en-tunisie-le-president-kais-saied-se-rebelle-contre-la-politique-migratoire-europeenne_6192258_3212.html

8 Human rights watch, Tunisia: Crisis as Black Africans Expelled to Libya Border,
https://www.hrw.org/news/2023/07/06/tunisia-crisis-black-africans-expelled-libya-border

9 Si veda in proposito questo studio realizzato da FIERI: Emanuela Roman, Ferruccio Pastore, Analysing Migration Policy Frames of Tunisian Civil Society Organizations: How Do They Evaluate EU Migration Policies? Medreset working paper n. 14, giugno 2018.
https://www.iai.it/en/pubblicazioni/analysing-migration-policy-frames-tunisian-civil-society-organizations-how-do-they

10 Il 21 febbraio 2023, il presidente Saied ha accusato gli immigrati sub-sahariani di attuare un “piano criminale volto a modificare la composizione del panorama demografico in Tunisia”, dando ilvia alle persecuzioni e alle retate. Lilia Blaise, “En Tunisie, le président Kaïs Saïed s’en prend aux migrants subsahariens”, Le Monde, 22 febbraio 2023,
https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/02/22/en-tunisie-le-president-kais-saied-s-en-prend-aux-migrants-subsahariens_6162908_3212.html

11 Dati del ministero dell’interno, dipartimento libertà civili e immigrazione.
https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati

12 A commento del memorandum d’intesa tra Unione europea e Tunisia, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Tommaso Foti ha dichiarato: “È un partenariato strategico che permetterà in primis di controllare flussi irregolari e a scongiurare un esodo biblico con pesanti ricadute soprattutto per l’Italia”, Agenparl, 16 luglio 2023, https://agenparl.eu/2023/07/16/meloni-fotifdi-orgogliosi-per-risultato-a-tunisi-impensabile-mesi-fa/

Cause profonde, soluzioni complesse

L’ossessione di cui parla il professore appare dettata da concrete cause materiali13. Nel terzo trimestre del 2023, il tasso di disoccupazione giovanile in Tunisia ha toccato il 39 per cento14. Anche alle Kerkennah, i giovani sono sempre meno propensi a restare. Osservano i loro genitori arrabattarsi in battute di pesca sempre meno proficue. Respirano la crisi ogni giorno e non vedono altra via di salvezza che la fuga.

Come fermare questa emorragia? Ahmed Souissi è convinto che gli accordi di sicurezza e la militarizzazione delle frontiere non siano la strada giusta. “Bisogna ridare un’economia a questi luoghi, bloccando il consumo dissennato di risorse e spingendo per uno sviluppo sostenibile”. Con la sua associazione è riuscito a far dichiarare la zona nord del mare prospiciente l’isola area marina protetta per un’estensione di mille chilometri quadrati. Il piano prevede una regolamentazione ferrea della pesca, la creazione di un santuario per le tartarughe marine che finiscono impigliate nelle reti, un’attività di eco-turismo e una sensibilizzazione contro lo strascico illegale. Nel luglio 2023, il Medfund, un fondo ambientale che si occupa proprio di conservare la biodiversità marina nel Mediterraneo, ha stanziato 286mila dollari per sostenere queste attività. “Ma è una corsa contro il tempo: ogni giorno che passa si perdono metri quadri di posidonia come risultato del kiss. E si degrada l’ambiente in modo irreparabile”, dice Souissi. “Ci vorrebbero più fondi e un maggiore interessamento di tutti gli stati del Mediterraneo, perché quello che accade qui alle Kerkennah ha ripercussioni su tutto il bacino”.

Alcuni pescatori durante una battuta di pesca. Kraten, Kerkennah, Tunisia 2022.

Al porto di Kraten, dove è attiva l’associazione di Souissi, l’ex funzionario Salem Cheikh ha una piccola barca con cui esce a pescare quando ne ha voglia. Guarda il mare che gli ha invaso casa più di un anno fa e che oggi è insolitamente tranquillo. “Spero che le cose possano andare meglio. Io ormai sono vecchio, ma mi dispiacerebbe se i miei figli fossero costretti ad abbandonare quest’isola che ci ha dato tanto”.

13 Si veda anche Roman, Pastore, Analysing Migration Policy Frame cit, p. 15.

14 Fonte: Institut national de la statistique de Tunisie, https://www.ins.tn/publication/indicateurs-de-lemploi-et-du-chomage-troisieme-trimestre-2023

a cura di:
Stefano Liberti
Giornalista
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